di Gordon Brasco

Le uniche lettere sconosciute del film sono, per i traduttori italiani, quelle inglesi che compongono il titolo originale perché passare da «Tornando a casa» («Coming home») a quel capolavoro tra il thriller e il poetico che leggete qua sopra ce ne vuole. Zhang Yimou non ha il minimo dubbio: la rivoluzione culturale è stata la peggior catastrofe che si potesse abbattere sulla Cina perché non solo ha sradicato milioni di persone dalle loro vite, ma ne ha cambiato così profondamente le fondamenta sulle quali si basava da lasciare intere generazioni allo sbando più completo, perché venuta meno la base della società cinese (la famiglia e le tradizioni) l’unica cosa rimasta al singolo era la sua appartenenza al partito e, per chi non si piegava a questa nuova filosofia di vita, c’erano solo due possibilità: il carcere o la clandestinità. Il film perciò non fa altro che applicare questa visione personale del regista alla vita di un singolo uomo presentandoci una serie di avvenimenti drammatici che servono da scusa per proporci una critica senza appello a Mao e alla sua Cina, con un risultato finale che lascia un po’ interdetti. Nella prima parte il dramma è velocissimo e la vita di Lu Yanshi crolla sotto i colpi rapidissimi e spietati della nuova società cinese (ambientazioni esterne, campi lunghi), poi inizia una parte dai toni dimessi buona per qualche spy-story europea (ambientazioni notturne, pioggia e ombre) infine si entra nel dramma psicologico puro dove non c’è azione ma solo riflessione (ambientazione in interni)…una progressione interessante ma che spiazza un po’ lo spettatore.

Senza memoria Poi c’è l’amnesia della moglie che rappresenta la tragedia di una nazione intera: viva ma senza più memoria, incapace di riconoscere chi ama e quindi menomata per sempre…un espediente banale e dalla retorica così scontata che ci aspetteremmo usata da qualche regista alle prima armi, non da uno capace di tirar fuori opere come «Lanterne rosse» (del 1991). Insomma vale la pena spendere dei soldi per questo film? Secondo noi dipende: ci sono molti spunti interessanti da non sottovalutare e per alcuni versi il film offre delle riflessioni profonde su quello che è stato un periodo storico che per molti rimane pressoché sconosciuto, il fatto è che il punto di vista del regista non è obiettivo, la sua verità è l’unica che vale la pena conoscere in barba a quello che potrebbero pensare storici e analisti delle vicende asiatiche. La rivoluzione culturale vista solo come fattore distruttivo quindi non convince né dal punto di vista storico né dal punto di vista del film, che appare troppo schiacciato sulle posizioni del regista che esagera nel far passare al povero Lu Yanshi tutti gli orrori nati con il regime cinese di Mao. Perciò se siete in astinenza da drammoni in salsa di soia e fremete al solo pensiero di rivedere la bellissima Gong Li andate al cinema, in tutti gli altri casi restate a casa, vi risparmierete un film che agguanta la sufficienza per il rotto della cuffia.

Un film di Zhang Yimou. Con Gong Li, Dao Ming Chen, Huiwen Zhang, Guo Tao, Peiqi Liu. Titolo originale Coming Home. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 111 min. Cina 2014. Lucky Red.

Trama: Lu Yanshi è un intellettuale inviso al governo cinese, costretto, per evitare misure violente, a nascondersi dalla sua stessa famiglia. Un giorno però decide di tornare per riabbracciare la moglie amatissima: ma il segreto viene tradito con conseguenze devastanti…

Perugia
Zenith: ven ore 20:15-22:30; sab. dom. lun. ore 18:00-20:15-22:30;