di Gordon Brasco
Ve lo ricordate il film di Luciano Ligabue «Radiofreccia»? Nel 1999 vinse molti premi: il David di Donatello come miglior regista esordiente, il Nastro d’argento, il Premio Flaiano, il Globo d’oro e così via. Anche l’opera prima di Pif ha ricevuto riconoscimenti alla stregua di Radiofreccia tanto che il percorso dei due registi potrebbe benissimo essere sovrapposto senza problemi. È normale che persone di spettacolo desiderino raccontare qualcosa usando un mezzo diverso da quello con cui sono diventati famosi, perché la creatività molte volte cerca strade differenti per emergere. Nel caso di Ligabue il film esprimeva un mondo intimo del cantante che probabilmente non riusciva a trovare strada nelle canzoni, per Pif si trattava di un approccio ironico e sopra le righe a un argomento (la mafia) che è sempre stato al centro del suo interesse personale. Come molte volte capita in questi casi l’opera prima è così densa di contenuti personali da avere un impatto formidabile sul pubblico, che ne riconosce la genuinità e la profondità del messaggio. Una volta però esaurita l’urgenza artistica ognuno dovrebbe tornare nel proprio ambito (canzoni e tv) perché altrimenti il rischio è di credersi dei grandi registi e sfornare lungometraggi che non valgono la metà di quella d’esordio, perché «ognuno di noi ha una storia» scriverebbe Oliver Sacks, ma non è detto che se ne abbiano due ugualmente interessanti.
Manca tutto, o quasi Pif riprende in mano la regia e ci presenta un lavoro che non vale neppure la metà di «La mafia uccide solo d’estate»: la confezione del film è molto curata, con un’attenzione ai costumi e alle ambientazioni notevoli ma a mancare è tutto il resto. Non c’è l’umorismo ironico tipico dell’ex Iena, non c’è una traccia surreale con cui leggere la realtà, non c’è passione e soprattutto non c’è una storia che sia in qualche modo capace di interessare lo spettatore. A peggiorare la situazione gli innumerevoli luoghi comuni sugli italoamericani e sulla Sicilia degli anni ’40, roba che «italiani, baffo nero, mangia spaghetti, suona mandolino» di Fantozzi sembra quasi poesia. Il finale ci consegna un epilogo divertente ma poco originale, come se fossimo di fronte a una specie di «Baaria» (film del 2009 scritto e diretto da Giuseppe Tornatore) meno laccata e più ruspante. Insomma vale la pena spendere dei soldi per questo film? Secondo me no: che cosa abbiamo amato del primo film di Pif? L’originalità, la sagacia, l’irriverenza, l’ironia, la genuinità… ecco, ora togliete tutta questa roba e vi rimarrà per le mani un filmetto ordinario, senza particolarità interessanti, che si aggrappa ai cliché più scontati per ritrarre un quadro dell’italianità anni ’40 di cui potevamo benissimo fare a meno. Ridatemi il Pif de «Il testimone» e facciamo finta che questo “In guerra per amore” non sia mai esistito.
Un film di Pif. Con Pif, Andrea Di Stefano, Sergio Vespertino, Maurizio Bologna, Miriam Leone. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 99 min. Italia 2016. 01 Distribution.
Trama: Arturo e Flora si amano e vogliono sposarsi ma sono ostacolati dal padre di Flora, che l’ha promessa in sposa a un mafioso siciliano. Per impedire l’unione, Arturo deve raggiungere il padre della ragazza, che vive in un paesino siciliano. L’unico modo per raggiungere l’isola, però, è arruolarsi nell’esercito statunitense che durante la seconda guerra mondiale si prepara per lo sbarco in Sicilia.
Perugia
Postmodernissimo: 17.30 20.00 22.30
Foligno
Multisala Clarici: 15.00 17.30 20.00 22.30
