Correva l’anno di grazia 2018 quando la sua Sir Safety Perugia vinceva nella stessa stagione scudetto, Coppa Italia e Supercoppa. I primi tre trionfi in Superlega di un club che nel corso degli anni ha poi saputo arrivare sia in cima all’Europa che in cima al mondo.
Gino Sirci, numero uno dei Block Devils, si è reso protagonista anche di un triplete personale. In alta, altissima quota. Dal Fuji al Cerro Toco fino al Licancabur, quest’ultimo appena scalato in compagnia dell’amico Carlo Falcinelli. Dal Giappone nel 2018 – proprio nell’anno del triplete della Sir -, al Cile, fino alla Bolivia. Una piccola-grande sfida con se stesso e con la natura, con i presunti limiti che albergano in ognuno di noi. Vertigini di passione. Per la montagna, che come racconta lo scrittore Paolo Cognetti, «è un modo di vivere la vita. Un passo davanti all’altro, silenzio, tempo e misura».
Differenze Peculiarità di cui Sirci si è servito per affrontare tre ascese che non dimenticherà mai. «Sono state tre scalate diverse perché differenti erano le altezze. Il Fuji è di 3.800 metri, il Cerro Toco arriva a 5.500, il Licancabur a 5.960. Ma a pesare è anche e soprattutto la ripidità. Il Fuji ripido ma più “basso”, il monte cileno più alto ma più soft, ci si girava intorno. Ovviamente c’era sempre il problema della mancanza d’aria, più acuito sul Licancabur, l’ascesa più ostica di tutte anche perché la superficie è fatta solo di sassi che hanno reso la scalata estremamente difficoltosa. La pendenza variava dal 40 al 50 per cento e soprattutto eravamo costretti ad uno sforzo irregolare. I passi variavano molto da uno all’altro. Sì, abbiamo speso molto in termini di fatica» – ammette Sirci che illustra altre differenze tra le tre montagne. «La superficie del Fuji era composta da pietre ma si arriva ad un’altezza minore rispetto al Licancabur e al Cerro Toco, il cui fondo, la breccia, era più morbida. Il clima? Sul Fuji ricordo ancora il temporale che c’è stato mentre con mia moglie e i figli ci trovavamo in un rifugio. Le temperature delle due montagne sudamericane sono simili. Sul Licancabur c’erano 4, 5 gradi sotto zero quando siamo partiti, con il sole si sono toccati i 5 gradi circa».
Fattore discesa Sirci svela poi che «prima di scalare il Licancabur abbiamo fatto semplicemente una colazione normale. Il segreto per arrivare in cima? Essere abituati a camminare, aiuta parecchio». Ma c’è un aspetto insidioso cui si deve tener conto, la discesa. «È stata più dura della salita, estremamente insidiosa – racconta – proprio per via del fondo. Solitamente si percorre la stessa strada che si fa in salita. Nel nostro caso, invece, abbiamo dovuto aggirare la parte del Licancabur di 30, 40 metri in orizzontale per trovare un versante della montagna che fosse costituito da pietre più “gentili”».
Falcinelli Nel tornare sulla scalata dei giorni scorsi, Falcinelli racconta che «devo ancora realizzare quanto abbiamo fatto. Prima di andare sul Licancabur ci siamo dovuti acclimatare per 3-4 giorni. È stata una splendida esperienza. Mentre salivamo abbiamo masticato foglie di coca che aiutano in altura assicurando un minimo di energia e aiutano a reidratare la bocca. Sono rimasto impressionato dalla bellezza di questo vulcano, dalla sua forma conica, la natura in quella parte del mondo ha compiuto un autentico capolavoro – dichiara Carlo -. Sembra fatto con il pennello. La sua forma per certi versi assomiglia al Monviso».
Prossima tappa Sul prossimo obiettivo, se così si può dire, Sirci puntualizza che «nella vita bisogna accontentarsi, ma con il mio amico Falcinelli mi piacerebbe andare sul Karakorum, una delle catene montuose del Pakistan. Sogno di fare la Karakorum highway e poi fare trek in altura. Vediamo». Pronta la “replica” di Falcinelli: «Sono competitivo e non mi sottraggo – puntualizza -, ma data l’esperienza appena vissuta un supplemento d’indagine lo faccio – aggiunge con una risata -. A me piacerebbe andare sul Kilimangiaro ma al momento dico viva il Licancabur e alla prossima…».












