di Gordon Brasco
Qual è il mercato dell’entertainment a cui Hollywood guarda come un vampiro un centro di donatori di sangue? Se avete risposto Cina avete fatto bingo. E perché secondo voi nei film degli ultimi sei anni le location asiatiche sono diventate uno sfondo abituale nei film d’azione? Perché la gente ama guardare sul grande schermo i luoghi in cui abita e lavora venire distrutti o presi di mira da cattivoni di tutte le risme, in una specie di sublimazione emozionale fatta di orgoglio e divertimento un po’ infantile; il fatto che tutte queste persone poi paghino un biglietto non è secondario. Visto che però noi non siamo cinesi abbiamo misurato l’entusiasmo per questo «Blackhat» non tanto a causa degli scenari del film ma, in modo più tradizionale, a causa di quello che abbiamo visto (che non ci è piaciuto): interessanti gli effetti speciali e le parti in cui si mostrano le misure di controspionaggio dell’NSA ma per il resto buio pesto. La trama non è originale, anzi, potremmo riempirci un paio di scaffali sul tema hacker (tra tutti «Hackers» film del 1995 diretto da Iain Softley) solo che con il passare del tempo le minacce cyberterroristiche passano dalle bravate dei singoli a gruppi organizzati, dopotutto le gesta di Anonymus (gruppo di cui si disconoscono gli affiliati che perseguono secondo quanto essi stessi dicono obiettivi a difesa di libertà e pensiero tramite attacchi hacker) troneggiano sui giornali e Hollywood non fa altro che aggiornarsi.
Luoghi comuni Peccato però che una trama che poteva essere interessante, se non altro perché attuale, non viene supportata con nulla che possa dargli spessore e pathos: gli attori sono da fiera del raccolto paesana con lo sfoggio di alcuni sguardi bovini buoni per qualche pubblicità del latte fresco, ma la cosa ancora peggiore sono i dialoghi…un misto di assurdità e banalità tali che un qualsiasi film della serie «Mission Impossible» con Tom Cruise vi sembrerà scritto da Victor Hugo. Un susseguirsi di luoghi comuni e lo strenuo tentativo di arrivare a un happy end finale demoliscono quello che di decente era sopravvissuto nel film dopo due ore di pseudo-drammi globali e fobie terroristiche. È inutile lamentarsi del proliferare di sciroccati vari che si mettono in testa cappelli fatti con la stagnola o dissertano di scie chimiche se poi ci si mettono anche le major a rimpinguare il fuoco della cultura del sospetto con storie come queste, che non aggiungono nulla a ciò che già sappiamo ma piuttosto banalizzano ogni argomento fino a renderlo una «cagata pazzesca». Insomma vale la pena spendere dei soldi per questo film? Secondo noi no: la trama offre qualche spunto e gli effetti speciali sono sicuramente notevoli ma l’elenco delle cose positive si ferma qui…recitazione ai minimi termini e dialoghi idioti rendono il lavoro di Mann un film sbagliato, noioso e inutile. Volete provare il brivido della vita degli hacker? Studiate informatica, ne trarrete miglior beneficio.
Un film di Michael Mann. Con Chris Hemsworth, Wei Tang, Viola Davis, Ritchie Coster, Holt McCallany. Azione, Ratings: Kids+13, durata 135 min. USA 2015. Universal Pictures.
Trama: Ambientato nel mondo del cybercrimine globale, Blackhat segue le vicende di un detenuto in libertà vigilata e i suoi soci americani e cinesi che costruiscono una rete di criminalità informatica di alto livello da Chicago a Los Angeles, passando per Hong Kong e Giacarta.
Perugia
Gherlinda: 16.15 / 19.10 / 22.05
Uci Cinemas Perugia: 17.00 / 19.40 / 22.35
Terni
The Space: 17.00 / 19.50 / 22.40

si vede che ne capisci di cinema altrochè….
Non è certo il miglior film di Michael Mann, ma una stroncatura simile è davvero gratuita ed eccessiva. Non è un capolavoro, ma la mano di un grande regista si vede eccome.