Walter Verini

Giovedì la camera dei deputati ha ricordato la figura di Alberto Provantini. A nome del Pd è intervenuto il deputato umbro Walter Verini. Ecco il testo del discorso pronunciato in aula.

di Walter Verini*

Signor Presidente, l’ultimo articolo di un quotidiano, che settimanalmente ospitava i suoi scritti, Alberto lo ha scritto pochissimi giorni prima di andarsene. Pensate, era dedicato a un’iniziativa di cinque piccoli comuni dell’orvietano che hanno deciso di fondersi e di unirsi. Egli salutava questa decisione, importante e coraggiosa, come un fatto di grande valore e invitava le istituzioni e la politica a valorizzare questa innovazione, perché Alberto era così, curioso e sostenitore di tutto quello che andava nella direzione di portare nella modernità e nel futuro il meglio della storia, della politica e della memoria.

Quello che sono stati Provantini e il suo percorso lo ha già detto Marina (la presidente della seduta, Marina Sereni; ndr), e mi scuserà se in questa circostanza la chiamo così, in ricordo delle mille riunioni fatte insieme ad Alberto in tanti anni di impegno politico. Io voglio ricordare alcuni suoi tratti, ancora incredulo di non poterlo vedere più seduto sui divanetti del Transatlantico a parlare di politica, a discutere di futuro, a raccontare l’ultimo progetto della Fondazione Gramsci.

Vedete, Alberto Provantini è stato tanto, ha ricoperto tanti incarichi, Marina li ha ricordati. Però, Alberto – e non solo ai miei occhi – non è mai stato arrivista. Non ha sgomitato per avere le cariche. Era ambizioso, sì, come è giusto essere anche in politica, ma la sua ambizione, il suo io, si sono sempre incontrati con un’idea, un progetto collettivo, un pronome personale: noi. E per lui il potere era un mezzo, non un fine. Un mezzo per trasformare bisogni e speranze nella realtà migliore possibile e per cambiare quelle cose del mondo che non sono giuste. Il suo percorso si è sempre incontrato con la realtà, quella in carne ed ossa e quella che cambiava.

Alberto, però, non si è mai rassegnato a subire passivamente i cambiamenti. Certo, le acciaierie di Terni assumevano -un cognome tedesco. Certo, i Baci Perugina non appartenevano più alla famiglia Buitoni ma alla Nestlé, ma in questi passaggi la politica non è mai stata succube. Ha sempre cercato di accompagnarli, di orientarli, nei limiti del possibile, di tenere insieme l’interesse dell’impresa con quello dei lavoratori. E Provantini era lì al centro di una trattativa, di un «tavolo», di un’intesa, da riformista.

Si potrebbe dire che quella del tempo di Provantini e dei Governi nazionali e regionali di quegli anni, sia stata, tutto sommato, l’ultima delle politiche industriali di questo Paese. Una politica industriale certo datata, certo a volte anche in ritardo sui tempi, ma comunque degna di quel nome: politica industriale, cui ha dato un’impronta significativa anche nel lavoro nazionale di parlamentare e di partito.

Marina ricordava il suo libro più recente, dove ha deciso, ha sentito il bisogno di raccontare cinquant’anni di storia. Del resto la sua vita è stata questa, due grandi amori: la politica, come passione e come voglia di cambiare il mondo, e la famiglia, la sua compagna di vita Noemi e i suoi Aurora, Roberto e Rosalba. Ma forse c’è stato anche un terzo amore, che spiega molte cose della sua energia, della sua vitalità, della sua curiosità: il suo essere stato ed essere rimasto sempre giornalista, cronista, come negli anni di lavoro a L’Unità, il giornale cui ha voluto tanto bene.

La vita e la politica di Alberto sono state davvero dentro le grandi trasformazioni. Ha vissuto le speranze, gli errori e anche le tragedie del comunismo, ma anche quella capacità di essere «altro» dei comunisti italiani. Ha vissuto, con spirito critico, le grandi trasformazioni della sinistra, le grandi battaglie per la pace e il lavoro. È stato protagonista, giovanissimo, della nascita e delle speranze del regionalismo. Ha vissuto la contemporaneità, con la speranza e la voglia di cambiarla in meglio, anche in questo tempo difficile, dove tutto si scompone, anche nella sua Terni, dove ci sono gli operai, ma non si vede più la classe operaia, dove ci sono i partiti, che però non sono più quelli di una volta – come mi diceva qualche mese fa Alberto –, ma che non sono ancora quelli che sarebbero necessari a garantire davvero un autentico rinnovamento, dove ci sono le città, ma non ci sono più le comunità. Alberto soffriva questi cambiamenti, ma non si rassegnava a subirli. E lo diceva, combatteva scrivendo, pensando, parlando, tutelando la memoria e il pensiero, rinnovandolo e partecipando.

Come quando – e mi avvio a concludere –, proprio solo qualche giorno prima di morire, ha preteso di essere accompagnato, in una piovosissima e fredda giornata ternana, a una riunione presso la sede del PD di via Mazzini a Terni, su quelle scale che aveva salito migliaia di volte. Partito Democratico al quale mi diceva di appartenere proprio come democratico, senza aggettivazioni ulteriori, senza riferimenti ad aree, correnti o cose del genere. Infatti, lui voleva ancora credere in un’idea di comunità politica dove le differenze, che sono vitali, si fondano su pensieri e dove le battaglie, salutari, sono come quelle del cui stile aveva nostalgia. E citava sempre quelle, per esempio, tra Pietro Ingrao, a cui lui è stato legatissimo, e Giorgio Amendola.

Concludo, ma voglio ricordare una cosa di cui Alberto andava giustamente orgoglioso e lo dico ai più giovani, a chi non l’ha conosciuto: se esiste una cosa che si chiama «Umbria Jazz», il merito è suo. La creò, insieme al direttore artistico Carlo Pagnotta, proprio lui. Era il 1973 e il primo concerto fu proprio nella sua amata Villalago, a Piediluco, e riguardò anche le magiche piazze di Perugia e Gubbio. E se oggi il jazz anche nel nostro Paese non è più una cosa di pochi intimi, molto del merito è suo.

Il giorno dell’ultimo saluto ad Alberto, a Palazzo Spada a Terni, hanno parlato alcuni dei suoi amici di una vita, il sindaco Di Girolamo, l’ex senatore Franco Giustinelli, e ha parlato il presidente della Fondazione Istituto Gramsci Beppe Vacca, suo amico da tanti anni e negli ultimi anni amico e collaboratore intenso. Ha concluso il suo discorso, Beppe Vacca, con questa frase: «Chi può fare un bilancio della propria vita simile a quello di Alberto Provantini ci lascia un dono inestimabile, il dono di pensare che, tanto per chi crede nell’aldilà, quanto per chi non crede, il valore della vita può oltrepassare la sua fine, purché si possa riconoscere in coscienza d’aver speso la propria esistenza per rendere più civili e umane le comunità in cui ci sia stato dato di nascere, crescere e operare». E questo ha avuto la fortuna di essere stato Alberto Provantini.

*Deputato Pd dell’Umbria