di Antonio Bellucci
È giunto il momento d’invocare a gran voce gentilezza e rispetto contro la volgarità e l’aggressività.
La recente uscita del presidente degli Stati Uniti, che si è scagliato contro il Santo Padre definendolo «debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera», deve indignare tutti noi, credenti e non credenti. Ritengo che il rispetto nei confronti degli altri, nella vita di tutti i giorni e anche in politica, non debba mai mancare e che la religione, qualunque essa sia, non debba essere utilizzata come strumento di mobilitazione politica.
E in questi giorni, ma aggiungerei ormai da tempo, il rispetto è diventato un aspetto caratteriale sempre più in disuso. Il rispetto nei confronti degli altri manca in maniera verticale: si passa dal presidente statunitense che insulta il Santo Padre e bombarda l’Iran o sequestra Maduro, presidente venezuelano, al presidente russo che invade e bombarda, ormai ininterrottamente da quattro anni, l’Ucraina; oppure a quello israeliano, Netanyahu, che invade e bombarda il Libano dichiarando di voler sterminare il gruppo terroristico Hezbollah, o ancora a un suo ministro che brinda per aver instaurato la pena di morte “ad personam” esclusivamente contro i terroristi di Hezbollah; fino ad arrivare a dei ragazzi, sembrerebbe due maggiorenni e tre minorenni, che tiravano bottiglie contro la vetrina di un negozio a Massa e che sono stati capaci di uccidere un uomo di 47 anni, picchiandolo selvaggiamente solo perché li aveva rimproverati.
Sono esempi, sempre più frequenti, di atti di violenza perpetrati per risolvere controversie sia internazionali sia della vita di tutti i giorni, nei confronti dei più deboli, di chi osa contraddire, divergere o semplicemente chiedere il rispetto della legalità. Le diatribe e le divergenze non si risolvono più con il dialogo o con le buone maniere, cercando di capire come poter superare un conflitto senza l’uso della forza e delle armi, o con i negoziati, utilizzando la diplomazia. Niente di tutto ciò. Sempre più frequente è il ricorso alla violenza: si urla, si minaccia, si picchia; a livello internazionale, logicamente, cambia il modo di agire ed ecco che si arriva a bombardare, a invadere un altro Paese, molto spesso utilizzando pretesti o agendo per ragioni economiche, politiche ed espansionistiche, infischiandosene del diritto internazionale e dell’autodeterminazione dei popoli.
Da tempo assistiamo sempre più frequentemente alla violenza verbale, mediante insulti nei confronti dei propri avversari politici, utilizzando un linguaggio che fino a qualche anno fa era impensabile. Ho scritto un libro sul presidente argentino Javier Milei, dal titolo Javier Milei, fenomeno o illusione, una figura contraddittoria, dedicando alcune pagine al suo modo volgare e irrispettoso di rivolgersi ai suoi avversari politici, ai giornalisti che osano scrivere contro di lui, agli opinionisti che lo criticano. In Argentina il linguaggio del presidente è diventato un tema di dibattito assai frequente: lui, imperterrito, continua a insultare gli avversari, fregandosene apertamente di coloro che lo criticano. Nel vocabolario del presidente argentino non mancano mai parole come scarafaggi, delinquenti, ladroni, bugiardi, traditori, corrotti, vigliacchi, imbecilli, miserabili ratti, culi sporchi, sporchi sinistrorsi. La ciliegina sulla torta è poi l’espressione «Viva la libertad, carajo», che in italiano si traduce con «Viva la libertà, cazzo», che Milei utilizza spessissimo per terminare i suoi discorsi e che è diventata un grido di battaglia libertario ma estremamente volgare.
Nel mio libro ho riportato un’intervista a una sociologa argentina, Karina Galpérin, che conclude dicendo qualcosa che condivido e che ritengo estremamente preoccupante: «Il turpiloquio da strada portato alla Casa Rosada ha delle conseguenze, e non le vedo positive: c’è una responsabilità che Milei non sente. Nei ragazzi giovani si attiva un livello di aggressività che non è così alto per loro, ma lo è per gli altri. Il futuro non sembra promettente. È una linea che è presente nella politica argentina da almeno vent’anni: la definizione di un noi contro qualcuno ci dà un’identità. Forse funziona e fa vincere le elezioni, ma crea una società di merda».
Questo è il punto: stiamo creando una società che non è più capace di rispettare gli altri, ma che vede nell’uso della forza e del turpiloquio il mezzo per risolvere i conflitti. Dove sono finiti la gentilezza e il rispetto?
Come umbro non posso che pensare a un corregionale, Stefano Bandecchi, un primo cittadino che, come tale, dovrebbe dare il «buon esempio», così almeno si diceva una volta, ma che invece fa un uso ricorrente di uno stile comunicativo molto aggressivo, provocatorio e spesso volutamente scandaloso, arrivando perfino a sfiorare lo scontro fisico con i suoi avversari politici durante una seduta del consiglio comunale.
Ma torniamo per un attimo a Trump, che sicuramente interessa più di qualsiasi altro politico. Le sue dichiarazioni nei confronti di Papa Leone XIV hanno perfino provocato una reazione netta delle autorità iraniane a difesa del Santo Padre. Siamo arrivati al punto che un regime dittatoriale, che si è macchiato di crimini efferati contro oppositori politici, dissidenti e donne, abbia espresso una posizione netta a sostegno di Papa Leone XIV. Ma non solo: il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha perfino definito non accettabile, e una dissacrazione di Gesù, l’immagine costruita con l’intelligenza artificiale nella quale il presidente statunitense è rappresentato nei panni di Gesù mentre cura un malato ponendogli la mano destra sulla testa, mentre sulla mano sinistra risplende una luce messianica; la bandiera statunitense completa l’immagine sventolando dietro la figura di Trump. Non è difficile interpretare una rappresentazione del genere come un delirio di onnipotenza del presidente statunitense e come un’assoluta mancanza di rispetto nei confronti del Santo Padre e, più in generale, dei valori eterni della cristianità, cosa che non può che preoccupare. L’immagine, comparsa nell’account del presidente e poi rimossa, ha suscitato molto scalpore e numerose critiche anche tra i suoi sostenitori; Trump, probabilmente, si è reso conto di aver superato il limite e ha cercato di rimediare dando la colpa alle fake news e giustificandosi dicendo che l’immagine lo raffigurava come un medico che curava un paziente.
Il ricorso dei politici alla religione e l’uso politico della religione sono sempre più frequenti e il nostro ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ne è un fiero rappresentante, sbandierando rosari nei comizi.
Per fortuna la nostra presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha avuto il coraggio, aggiungerei finalmente, di prendere le distanze da Trump dichiarando di non condividere le parole del presidente statunitense contro il Santo Padre.
Un altro leader che definirei «irrispettoso», rischiando di essere troppo magnanimo nei suoi confronti, e che usa la religione per precisi fini politici è il presidente Putin. Nel suo caso, la relazione con la religione è di reciprocità, in quanto il Cremlino legittima la Chiesa ortodossa, la quale, a sua volta, legittima il potere politico, a tal punto che il patriarca Kirill di Mosca ha giustificato la guerra russa contro gli ucraini come una difesa dei «valori tradizionali», sostenendo che la Russia combatte contro un Occidente «decadente».
Infine Netanyahu, che non può essere definito un leader religioso ma che usa la religione come elemento identitario nazionale in un Paese, Israele, dove religione e Stato sono intrecciati per definizione, in quanto lo Stato è «ebraico». Inoltre Netanyahu governa grazie a coalizioni con partiti religiosi ma, a differenza di Putin, non usa la religione per sacralizzare lo Stato e la guerra: la utilizza invece per costruire coalizioni e identità nazionale. Come per Trump, la religione è per Netanyahu uno strumento politico e identitario.
Ma la tradizione cristiana ha dei cardini inderogabili: la dignità della persona, il rispetto del prossimo, l’amore per il nemico e la moderazione nel linguaggio. Valori che contrastano con i comportamenti di coloro che, come Trump, Putin e Netanyahu, teorizzano e praticano l’uso della forza e che sono da biasimare poiché fanno della violenza fisica un uso continuo, salvo poi utilizzare la religione come strumento identitario e di legittimazione.
Voglio terminare citando un passaggio contenuto nell’Enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco, nel paragrafo 224, dedicato alla gentilezza: «La pratica della gentilezza non è un particolare secondario né un atteggiamento superficiale o borghese. Dal momento che presuppone stima e rispetto, quando si fa cultura in una società trasforma profondamente lo stile di vita, i rapporti sociali, il modo di dibattere e di confrontare le idee. Facilita la ricerca di consensi e apre strade là dove l’esasperazione distrugge tutti i ponti. L’obiettivo del dialogo è stabilire amicizia, pace, armonia e condividere valori ed esperienze morali e spirituali in uno spirito di verità e amore».
La gentilezza e il rispetto devono tornare a essere uno strumento concreto contro la volgarità e l’aggressività delle società contemporanee.
