di Manuela Vena
Il 2025 sarà ricordato come l’anno degli anniversari. Per chi si occupa di questioni di genere corre l’obbligo di citare il XXX anniversario dalla conferenza di Pechino, pietra miliare di un ambito che continua ad essere gestito come accessorio, se non emergenziale, quando merita rinnovata centralità nel dibattito pubblico, causa ennesimo femminicidio raccontato male. Come pure il XXV della Risoluzione 1325 con la quale, nel 2000, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite esplicitò l’impatto maggiorato che la guerra ha sulle donne, ma anche l’imprescindibile supporto che esse danno al mantenimento della pace e alla mediazione dei conflitti. A corollario alla Risoluzione, la Women, Peace and Security Agenda, risulta tristemente attuale in una parentesi storica in cui, l’instabilità dello scacchiere internazionale, non ha precedenti. Che le citate ricorrenze non vengano menzionate dai governi di tutto il mondo non fa più specie, impressiona di più che medesima disattenzione venga riservata, nel perimetro statale, a importanti ricorrenze nazionali divenute, per aberrazione dei tempi, divisive. Manco per l’LXXX della Liberazione chi ci governa si è deciso a dire che è antifascista, non so più se per ignoranza o spocchia identitaria! Eppure il 25 aprile 1945 è tra le date più importanti nella storia d’Italia perché si proclama la fine della guerra e la liberazione dal nazifascismo. L’argomento guerre, passate o presenti, chiama in causa l’uomo che negli ultimi anni ha rappresentato la voce fuori dal coro a livello geopolitico: il 2025 sarà ricordato come l’anniversario della morte di un Papa che scelse di chiamarsi come il Poverello di Assisi e, come lui, di guardare ai poveri sposandone la causa risultando, per questo, rivoluzionario, dato che al momento, diciamocelo una volta per tutte, la povertà non è di moda, ammesso lo sia mai stata! E parlando di ultimi come non pensare a quella classe operaia che ha ispirato battaglie sociali e conseguito diritti civili che ci è dato di celebrare in occasione del Primo Maggio?
In tempi non sospetti mi domandavo perché i protagonisti di quella festa fossero solo persone umili: mi incuriosiva intimamente il fatto che, a essere considerati lavoratori non fossero pure quelli che facevano un lavoro non manuale, quelli con la cravatta li chiamavo! A casa non mi si aizzava contro I padroni, provando piuttosto a ridimensionare la mia critica sociale prematura. Crescendo però, mi sono interessata sempre più alle questioni di matrice sociale, forse proprio perché non mi soddisfacevano le risposte a domande pur lecite, questioni che credo vadano conosciute quanto più dall’interno, approfondite, a livello dottrinale e teorico e, all’occorrenza, denunciate in quanto non accettabili. Aldilà delle celebrazioni in corso, infatti, temo ci sia ben poco da esser contenti. Al pari di altre date emblematiche infatti, la Festa dei Lavoratori è stata ridotta a formalità pacchiana, se non ipocrita, tant’è che, di anno in anno, sono sempre più convinta del messaggio subliminale insito in quel “Primo maggio su coraggio …” di tozziana memoria, che mi restituisce insospettabile stima nel cantautore torinese!
Checché ne dica Giorgia Meloni la situazione nostrana a livello lavorativo è avvilente. Gli anni che viviamo hanno visto il susseguirsi di prassi e norme tese a svuotare qualsivoglia conquista pregressa in tema di diritto del lavoro: ad oggi il lavoro duro lo continuano a fare quelli che hanno meno tutele e i figli della classe lavoratrice faticano a posizionarsi in ruoli più elevati rispetto a quelli di chi, con grandi sacrifici, ha permesso loro di studiare per elevarsi a condizioni meno disagianti. Oggi lo so, come so che è difficile spiegare a una creatura di una decina d’anni che probabilmente sarà sfruttata! Come si fa a consegnargli l’ipotesi di dover sbattersi il doppio per guadagnare la metà di quelli che la dirigeranno al netto di competenze inferiori alle sue in ambiti che potremmo definire “sensibili” se non li avessimo svelati a noi stessi come “sommersi”? Oltre al danno c’è da considerare la beffa, nella misura in cui, a favorire lo sfruttamento, sono proprio quelli che sarebbero preposti all’advocacy dei lavoratori, primi tra tutti quelli afferenti ad un settore che, proponendosi di supportare le categorie fragili, sfrutta e debilita le risorse umane a propria disposizione, quale è l’ambito sociale. Ho sempre lavorato per organizzazioni no-profit, nessuna di destra, vedendomi riconoscere pochi diritti, economici e fiscali, misurando quanta poca tutela sia riservata al mio settore in questo Paese. Vero è che la destra al potere sta palesando la disaffezione ai non benestanti nel modo peggiore, andando a braccetto coi potenti che, ritenendo di comprare tutto, svendono chiunque non sia funzionale ad una capitalizzazione bieca. Nella medesima ottica critico le sinistre che lasciano che sia, divenendo complici delle destre quando si tratta di prendere decisioni impopolari. Nonostante la fisionomia sovranista, europea e non, abbia i tratti delle destre al potere, l’agire politico della controparte, non ha alcun tratto distintivo che favorisca una qualche indulgenza da parte mia, e mi riferisco alle leggi contro gli immigrati, alle tasse non proporzionali al reddito, alle battaglie civili sposate a voce bassa, in un piglio che volendo accontentare tutti, scontenta i più fragili.
L’omologazione della classe dirigente, come l’omologazione degli individui, è il morbo contemporaneo di matrice capitalistica. L’odierna uguaglianza interclassista non è una conquista, ma un regalo del potere totalizzante dell’edonismo merceologico che le sinistre non hanno scongiurato allineandosi, nel dire e nel fare, a quelli che però, si riservano di additare come fascisti, come si trattasse di una sorta di innatismo che li assolve. Pasolini lo denunciava parlando “un potere ancora senza volto”, falsamente tollerante, ma impositivo. “Un nuovo potere ancora non rappresentato da nessuno”, scriveva nel 1974, che palesa la mutazione completa (all’epoca in corso) della classe dominante che tende a omologare, attaccando ogni minoranza in un anelito di standardizzazione funzionale alla gestione della collettività silente. Questo nuovo potere genera e sviluppa nella società del capitale, una forma totalizzante, fascista, che consegue l’omologazione più repressiva. Pasolini parla poi dei codici culturali e addita la sovrapposizione dei comportamenti in capo a schieramenti, ufficialmente, contrapposti. Perché è pericolosa questo allineamento? Perché tende ad escludere ogni differenza, espellendo dal sistema chi non assomiglia allo standard funzionale all’esercizio del potere. Oggi che conosciamo il volto di quel potere, perché non corriamo alle contromisure? Perché imbambolati da piccole, false conquiste che ci illudono convenga stare buoni aspettando il miracolo ad personam! Si perché, nel frattempo, ci siamo lasciati convincere che è tutto un magna magna, che non conviene sposare alcuna causa che, prima o poi, si rivelerà ispirata ad un qualche interesse particolare: questo è il danno che hanno fatto quelli che dovevano tutelare i lavoratori per mandato, alias, favorire il radicarsi dell’idea che quelli che fanno politica sono tutti uguali e che, a questo punto, convenga votare chi è più spregiudicato e fotti popolo! Lo sfruttamento dei lavoratori in capo ad organizzazione di sinistra, non è forse la forma peggiore di fascismo? Il machismo, il mobbing, l’abuso non sono appannaggio della destra: in cosa si distinguono i cittadini e le organizzazioni di destra da quelli di sinistra in questo buffo Paese? Non certo nelle tutele in capo ai lavoratori! Vogliamo ancora credere ad una superiorità di qualche tipo di uno schieramento che si rivolge (solo) ufficialmente alle classi popolari, o riteniamo sia giunto il momento di guardarci in faccia? A fruttare i moti migratori sono state le organizzazioni di sinistra, a propinare i cosiddetti co.co.co.co.co.co.pro. e altre forme contrattuali ufficialmente illegittime, ma ancora in essere chez nous, sono organizzazioni di sinistra che hanno la gestione pressoché totale del settore: denunciare vuol dire non essere complici, ma viene considerato tradimento, esattamente come avveniva tra camerati, come vogliamo regolarci? Io ritengo non si possa più rimandare quel cambiamento che chiamano rivoluzione e credo che a promuoverlo debba essere la mia generazione, terra di mezzo di troppi paradigmi subiti e poche conquiste conseguite. Le principali frange sociali cui guardare alla ricerca di alleanze necessarie sono le seconde generazioni e i precari, equivalente contemporaneo di studenti e operai. La Borghesia tende a ridurre tutto a se stessa, per questo le viene consegnata la gestione del potere. I gruppi sociali che identifico come portatori di cambiamento migliorativo sono sfaccettati, accomunati solo dalla necessità di tutele che nessuno non interessato in prima persona gli consegnerà mai.
Che le nuove alleanze siano vocate ad una parità di condizioni che ispiri la comune emancipazione. Che la nuova rappresentanza condivida i tratti, sociali e civici, delle minoranze sempre solo funzionali alla propaganda di destra come di sinistra. Che la nuova sinistra si riappropri di valori sviliti, ma fondanti. Che il Primo Maggio 2025 sia l’ultimo a vederci scontenti, figli di un Dio minore, artefici del proprio riscatto, erroneamente delegato, per noia o per rassegnazione, alla classe politica più cialtrona di sempre!
