Rossi in una vecchia foto scattata nella zona dell'acquedotto

di Giovanni Tarpani*

Ho letto la proposta del consigliere comunale Sarah Bistocchi di intitolare a Raffaele Rossi la Piazzetta del Cedro a Porta Pesa. Un’iniziativa da sostenere per molteplici motivi e in grado di comunicare il senso di appartenenza di Lello a quella parte di città in cui era cresciuto. Sarebbe però utile che accanto a manifestazioni doverose come quella del consigliere Bistocchi, si potesse avviare una riflessione un po’ più profonda sulla eredità culturale lasciata da una delle figure centrali di Perugia del secondo dopoguerra. L’impegno di Raffaele Rossi per la sua città ne fa una figura di cerniera tra i tanti mondi che caratterizzano Perugia e la sua storia, amministrativa, culturale e civile. La trasformazione della politica degli ultimi anni è probabilmente una delle cause della mancata capacità della città di avere una visione collettiva del futuro e del senso stesso della città. Perugia non ha più un ruolo centrale nella formazione delle idee in Umbria e ha perso una capacità di elaborazione collettiva del suo futuro. C’è l’assenza di una classe dirigente, in molti settori della vita civile, capace di essere riconosciuta come tale e non come espressione di singoli episodi di cooptazione.

Consenso critico Lascio a sociologi e politologi il compito di stabilire le cause di quanto avvenuto, vorrei porre l’accento su un’evidenza agli occhi di molti: l’uscita di scena di Perugia come centro di elaborazione della cultura di governo ha anche come effetto la mancata formazione di una classe dirigente regionale capace di distinguere l’interesse generale dalla ricerca del consenso individuale. Questo processo non nasce da oggi, ha almeno venti anni alle spalle, un periodo lungo di lotte politiche che hanno attraversato essenzialmente la sinistra. Le cause sono molteplici e non solo locali. Il rifiuto del consenso critico e quindi la formazione di leadership di soli fedeli è una componente strutturale di questo processo. Il governo della destra a Perugia è solo l’ultimo atto di una lunga spirale iniziata molto prima. Forse alla città, nell’interesse della intera Umbria, servirebbe proprio ripartire dalla lezione politica di Raffaele Rossi, il pensiero che la politica dovesse essere interprete dello spazio urbano non solo fisico. L’interpretazione politica di un simile concetto spetta al “Partito della Città”, originale scelta del passato ma tremendamente attuale nella nostra contingenza contemporanea, oggi lui stesso l’avrebbe definito Movimento per la Città: qualche cosa di ben più grande dei confini politici dei partiti organizzati del passato.

Prima di tutto la città Prima di tutto la città, forse il refrain più marcato della elaborazione su Perugia di Lello. In quest’affermazione, concretamente agli antipodi della rivendicazione campanilistica in voga da oltre un ventennio in tutta la regione, si dovrebbe ricercare la costruzione del futuro possibile di Perugia. Un futuro fatto di scelte urbanistiche, sociali, culturali che diventano formazione intellettuale e politica per ridare alla città il compito di capitale nel senso più pieno del termine. In un simile immaginifico processo, vista l’epoca e i suoi interpreti, il dibattito sul futuro del centro storico di Perugia assumerebbe un ruolo non solo simbolico ma al contrario paradigmatico di un’identità che partendo da una memoria storica condivisa e non imbalsamata, arriva a soluzioni possibili nell’interesse generale di tutta la città, la quale non è solo buche e strade da mantenere sui cui costruire la spicciola polemica quotidiana. Non si spiegherebbe altrimenti il successo, anche di pubblico e non solo di critica, delle iniziative sul futuro dell’ex-cinema Turreno, divenuto sintesi dell’incontro tra la soggettività di un’intera generazione e il bisogno di parte sempre più consistente di opinione pubblica di uscire da una pratica della politica lontana dallo spessore culturale profondo della città.

Turreno E’ sintomatico che nelle scelte su come affrontare il futuro dell’ex cinema Turreno non vi sia traccia alcuna nel milione di euro speso per il programma di Perugia Capitale della Cultura. Basta leggere i cartelli in dialetto che segnalano i lavori pubblici nel centro storico per capire la distanza tra due visioni di Perugia. Sarebbe interessante conoscere cosa comprendano i nostri ospiti studenti stranieri, qui a Perugia per studiare lingua e cultura italiana, che provassero a leggerli. A molti di noi interessa sapere quale città vogliamo presentare al mondo e a quell’Italia che si sforza di essere nazione dell’Europa, dove certo non si parla in perugino. Ecco, il «parlare al mondo» di Capitini è sempre stato il tratto della Perugia con capacità di guida, comunità colta che elabora una sua visione del futuro non solo per se stessa e con la voglia di affrancarsi dalla arretratezza e dalla ignoranza sempre in agguato nel divenire dell’Umbria. La cultura è quindi il campo della ricerca e della formazione della identità collettiva, frutto di una memoria storica condivisa, non certo grottescamente rappresentata indossando mutande colorate. Una storia «maestra del presente», ripeteva sempre Lello citando Fernand Braudel, una storia che non si può sacrificare sull’altare di un frettoloso e mediatico modernismo, pena la perdita di un senso collettivo della città e quindi dell’appartenenza.

Il 20 giugno Ai molti storici, interpreti e analizzatori della realtà perugina, andrebbe sottoposta una ricerca sulla Festa Grande per capirne il carattere e il significato. Fu un’occasione annuale di dibattito, breve e frettolosamente archiviata nel suo carattere originario, voluta da Raffaele Rossi nella sua esperienza al governo di Perugia. Non nacque come un’occasione per inaugurare il marciapiede di turno ma per rendere concreta una riflessione annuale per spostare in avanti, comunemente, l’orizzonte della città, «a popolo e libertà», avrebbe chiosato «Dimettersi dagli impegni amministrativi attivi non significa dimettersi da cittadino”, scrisse una volta Raffaele Rossi. E da cittadini, unica appartenenza rimasta a molti di noi, occorre riprendere in mano la discussione sulla città. Forse, da quella data, il 20 Giugno, celebrazione delle due liberazioni di Perugia per iniziativa popolare, sarebbe bene partire. Non per cercare una nuova liberazione quanto per avere solide basi su cui immaginare e rinnovare una cultura di governo che non può essere disgiunta dalla identità collettiva della città, quella vera, che fu uno degli impegni prioritari della vita pubblica di Raffaele Rossi.

*Cittadino di Perugia

Questo contenuto è libero e gratuito per tutti ma è stato realizzato anche grazie al contributo di chi ci ha sostenuti perché crede in una informazione accurata al servizio della nostra comunità. Se puoi fai la tua parte. Sostienici

Accettiamo pagamenti tramite carta di credito o Bonifico SEPA. Per donare inserisci l’importo, clicca il bottone Dona, scegli una modalità di pagamento e completa la procedura fornendo i dati richiesti.