Stefano Fancelli (foto F.Troccoli)

Continua il dibattito in casa Pd dopo l’appello lanciato nei giorni scorsi dal segretario regionale Giacomo Leonelli, che invita le giovani generazioni del partito ad abbandonare le correnti per costruire tutti insieme il futuro dell’Umbria. Dopo quello del segretario, del consigliere regionale Attilio Solinas e di Alessia Dorillo, ospitiamo quello di un altro membro della segreteria, Stefano Fancelli.

di Stefano Fancelli*

È evidente a tutti gli osservatori che una nuova stagione di discussione e battaglia politica si è aperta nel Pd dell’Umbria. La mia impressione è che si tratti di una reazione ai cambiamenti che si stanno producendo rapidamente nella società umbra e italiana. Ma purtroppo è una reazione autoreferenziale e tutta chiusa in dinamiche di potere: una politica di palazzo. Infatti non bastano i numerosi convegni che le tante componenti del Pd si affannano ad organizzare per rompere la maledizione di una sinistra chiusa in sale frequentate solo da appassionati tifosi, elettori freschi di preferenza o lobbisti di professione. Con tutto il rispetto per le aree organizzate, compresa la mia sia ben chiaro, il popolo della sinistra umbra si tiene molto alla larga da questi numerosi convegni, cene , pranzi, partite di calcio, brindisi di ringraziamento e così via. Il dato elettorale viene esorcizzato in tutta la sua drammatica crudezza: la sinistra umbra è per la prima volta minoranza nella nostra regione. La battaglia in corso non ha nulla a che vedere e non contiene in nessun modo una reazione a questo dato. Al contrario il Pd dell’Umbria mi sembra sempre più simile ai partiti fotografati da Enrico Berlinguer nella famosa intervista a Eugenio Scalfari, in cui il segretario del Pci lucidamente denunciava:  «I partiti di oggi sono soprattutto macchina di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero».

Lotta per il potere Nella sua dura requisitoria Berlinguer continuava: «Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune». E infine la frase involontariamente più profetica e gravida di conseguenze: «La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”». Ecco quindi il nostro problema di oggi, il Pd nella propria guerra interna tra correnti e gruppi di potere rischia di ripercorrere la china dell’occupazione militare delle istituzioni da parte delle correnti organizzate, con tutto quello che ne consegue. E sia chiaro che prima che arrivi la magistratura se ne vanno gli elettori, abbandonando in massa un partito che non trasmette più ideali e visione, ma offre solo una talora miserevole e spesso violenta lotta per il potere. La progressione con cui il Movimento cinque stelle sta incalzando il Pd nei sondaggi è lo specchio della delusione crescente per un leader che aveva promesso cambiamento e sta garantendo solo continuità nel potere. Renzi era partito con la rottamazione, ma oggi arriva a Verdini.

L’immagine del leader Il Pd è un partito che vive dell’immagine del suo leader, è geneticamente un partito-comitato elettorale, valeva per Prodi prima, per Veltroni e Bersani poi e oggi a maggior ragione per Renzi. Il difetto di fabbrica del Pd è l’assenza di un’identità politica comune, che non sia limitata alla famosa contendibilità, cioè alla possibilità data a tutti di ambire ad essere sindaco, presidente, segretario, premier. Abbiamo costruito un partito su un mare di retorica e uno strumento per contederci il potere: le primarie. Oggi pare che vogliamo anche togliere di mezzo lo strumento delle primarie e tenerci solo la retorica. Mi dispiace dover contraddire con una certa brutalità una persona che stimo come il senatore Castellani, ma non è con la guerriglia sul bilancio o le demenziali proposte sul crocefisso a scuola che si dà rappresentanza politica al gregge del buon pastore Francesco. La rappresentanza dei cattolici mal si concilia con la tipologia di correnti necessarie nel Pd, che è di certo una federazione di correnti, ma che poco hanno a che vedere con gli alti valori e le tradizioni politiche: sono componenti necessariamente onnivore, tutte incentrate sulla raccolta dei voti, inevitabilmente dipendenti dalla alterne fortune del leader che le governa e raccoglie. Il Pd marcia a tappe spedite verso una sconfitta paradossale: perché dopo decenni in cui ci lamentavamo di avere alti ideali ma nessuna capacità di governo, oggi che governiamo praticamente tutto, in Italia almeno, siamo condannati dalla subalternità del progetto politico che è solo il rifesso dello storytelling del leader.

Non sono d’accordo Ecco perché non posso dirmi d’accordo con l’appello del segretario regionale: perché è totalmente fuori registro rispetto al partito reale che lui stesso dirige. Un partito dove la solidarietà generazionale, così come la solidarietà politica tra dirigenti o amministratori è semplicemente impossibile: solo la competizione politica ci tiene insieme. Il resto sono parole, tanto belle quanto profondamente ipocrite. E quindi, in estrema sintesi, il mio pensiero è che si esce da questa crisi e ci si salva solo ricostruendo un partito. Un partito che abbia un’identità politica e un programma autonomo dalle istituzioni, e non viva solo per selezionare gli amministratori. Come costruire un moderno partito nell’epoca della democratizzazione estrema permessa dalle tecnologie digitali e dall’internet of things è una bella discussione che mi appassiona molto più delle beghe tra correnti, che certo non sottovaluto, perché producono danni seri, come nel caso della vicenda della commissione antimafia nel Consiglio regionale. Ma caro Giacomo, questi sono sintomi, il male è più profondo: è la strutturale inadeguatezza delle istituzioni locali a dare un senso alla partecipazione politica. Una buona amministrazione, per quanto eccelsa, non può sostituire un’identità politica. Alcuni non si occupano di questo male, perché credono non li riguardi, o peggio perché ne sono diretta espressione e danno un senso alla propria vita contendendosi il potere. Ma tu non puoi sottrarti da questa responsabilità, cui anzi devi con determinazione richiamare tutti, perché tu sei il segretario regionale del Pd, e affrontare questa stagione è il tuo compito storico.

*Membro della segreteria regionale Pd Umbria

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