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Paesaggio con fiume

di Francesco Magnani

Relativamente alla comunicazione data in congiunzione da Sgarbi e da Tomìo circa il fatto che la cascata delle Marmore sarebbe l’oggetto del Paesaggio con Fiume di Leonardo da Vinci. Come in altri casi ho dovuto precisare, purtroppo Leonardo è un mito che affascina molti e al tempo stesso un buon purosangue da cavalcare, sia per gli studiosi e sia per le amministrazioni di territori coinvolti, com’è il caso del Montefeltro che si vorrebbe essere lo sfondo della Gioconda.

Da anni studio Leonardo da Vinci e il Rinascimento in generale, pubblico libri e tengo conferenze in tutta Italia, e non posso rimanere inerte dinanzi a uno stravolgimento dei fatti. “Nessuna cosa si può amare, né odiare, se non si ha piena cognizion di quella”, scriveva Leonardo nel suo Trattato sulla Pittura, e ahimè molte sono le proposizioni che non tengono in nessun conto quella che fu la reale esistenza del genio fiorentino e nemmeno il contesto storico in cui ebbe a svolgersi. Ho già dovuto arginare un intervento di Tomìo, di recente, che ravvisava nella Gioconda il ponte Azzone Visconti di Lecco, una scoperta che gli studiosi locali già conoscono da tempo e che io da anni ho avuto modo di implementare e motivare, come potrà in parte dedurre dall’allegato che le segnalo.

Di nuovo mi trovo a dover intervenire, per contrastare una proposizione che è lontana dalle corrispondenze e soprattutto dal contesto storico che realmente ebbe a svilupparsi negli anni in cui si vorrebbe Leonardo in Umbria. Quelli furono anni pesantissimi, legati ai primi viaggi in America, che si svolsero a cavallo del 1450 e diedero vita al periodo delle inquisizioni e alla Congiura dei Pazzi, ordita da Sisto IV in combutta con Federico da Montefeltro, e Leonardo non ne fu esentato, imputato di accuse di sodomia e omosessualità ordite con la complicità di fasulle testimonianze. Leonardo, molto vicino alla famiglia de’ Medici per consanguineità, non aveva tutto questo amore per l’Umbria, quindi difficilmente avrebbe dedicato le proprie attenzioni al suo territorio, cosa che invece fece per il territorio di competenza al Ducato degli Sforza, al quale dedicò realmente la quasi totalità delle proprie attenzioni pittoriche, per motivi di carattere logistico e dare indicazioni geografiche nette.

Nel caso di specie il Paesaggio con Fiume, la prima opera in assoluto in cui un pittore moderno dedica l’intera opera a un soggetto paesaggistico e non a complemento di un soggetto sacro o divinatorio, il territorio ritratto è quello al confine nord del Ducato degli Sforza verso la Valsassina; qui il territorio descrive una porta naturale, circoscritta dalle due montagna che si fronteggiano; il Ducato aveva in loco un proprio castelliere, Arrigoni, deriso dallo stesso Leonardo in un passaggio del Codice Atlantico, residente la Rocca di Baiedo, che si intravvede nel disegno sulla sinistra. Sulla destra la cascatella della Troggia, altro fiumiciattolo descritto da Leonardo nel Codice Atlantico, mentre la data, assai importante, 5 agosto 1473, indica la festività di Santa Maria della Neve, a cui è dedicata una chiesetta nella soprastante località denominata Biandino.

Questo disegno segue di un anno esatto la stesura dell’Annunciazione, datata 1472, in cui Leonardo si autoritari nei panni dell’angelo annunciatore e alle spalle sono presenti i territori che definiscono la piana dell’Adda e la città di Lecco, sovrastata dal Monte San Martino. Leonardo è un tema che affascina molti, posso dunque comprendere le infinite forme di speculazione intellettuale che lo vedono coinvolto, ma la realtà è tutt’altro.


 

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One reply on “«Nel disegno di Leonardo non ci sono le Marmore ma la Valsassina»”

  1. Come lo specchio magico della matrigna
    di Biancaneve ci indica il più bello del reame, così il volto della
    Gioconda ci rimanda a quello di Leonardo da Vinci. Il volto femminile
    del dipinto conservato al Louvre è sovrapponibile all’Autoritratto di
    Leonardo conservato a Torino. Ma ancora più inconsciamente per il
    professore Mario Alinei, richiama l’immagine del lutto, tramite la
    rappresentazione di una giovane donna morta con gli occhi aperti come se
    fosse viva, nascosta dalla bellezza ancora presente della persona
    raffigurata. Per ultimo, un rimando subliminale al volto sindonico, come
    apparve nel negativo fotografato nel 1898 per la prima volta. Anch’esso
    somigliante con quello dell’Autoritratto di Leonardo da Vinci
    conservato a Torino. Dove la Sindone di Torino è l’Autoritratto o il
    ritratto di un Uomo vivo ritratto come morto. Questa sarebbero le
    ragioni profonde del fascino del dipinto e dell’iconoclastia a cui è
    stato sottoposto nello scorso secolo. L’immagine della Gioconda è
    diventata un’icona, quasi un volto archetipo. Ma di volto archetipo ne
    esiste solo Uno. Cfr. ebook/kindle. La Gioconda: uno specchio magico.

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