di Maurizio Troccoli
I medici di famiglia sono sempre meno e difficili da trovare, con rischi concreti per l’assistenza di base, soprattutto nelle aree interne e rurali. E’ sempre possibile cioè inventarsi o attivare criteri incentivanti, dalle università alle specializzazioni, ma quando le aree interne si spopolano non solo di persone ma di servizi e opportunità e quando a rimanerci sono pochi anziani, non c’è incentivo che tenga all’esodo. In questo caso ne pagano le spese maggiormente regioni come l’Umbria, con una rete fittissima di piccole comunità che siano comuni, o persino borghi, i quali sono circondati da micro agglomerati a carattere agricolo, come case sparse o vocaboli, dove fare arrivare l’assistenza sanitaria è un’impresa sempre più eroica. Secondo l’ultimo report della Fondazione Gimbe, in Italia mancano oggi 5.500 medici di medicina generale rispetto al fabbisogno stimato, una carenza destinata ad aggravarsi nei prossimi anni a causa dei numerosi pensionamenti previsti e della scarsa attrattività della professione per i giovani medici.
Il rapporto della Fondazione sottolinea anche che oltre il 50% dei medici di famiglia già in servizio è sovraccarico di assistiti e che circa 7.300 medici andranno in pensione entro il 2027, mentre sempre meno giovani scelgono di intraprendere la carriera di medico di medicina generale. La carenza nazionale si riflette nelle statistiche e nelle esperienze quotidiane di molti cittadini: ambulatori pieni, difficoltà ad accedere a visite senza lunghe attese e, in diverse aree, liste di attesa per l’assegnazione del medico di base che restano aperte per mesi.
Secondo i dati ufficiali elaborati dalla Regione Umbria a fine estate 2025, in regione mancano complessivamente 169 medici di medicina generale. La carenza si concentra soprattutto nelle aree interne: 92 posti vacanti nella Usl Umbria 1 e 77 nella Usl Umbria 2. Il problema diventa tangibile anche sul versante delle manifestazioni di interesse dei medici stessi: ai bandi per l’assegnazione degli incarichi hanno risposto solo 13 professionisti (9 nella Usl 1 e 4 nella Usl 2), un numero decisamente insufficiente per tamponare i vuoti di organico e che mostra la difficoltà ad attrarre medici nelle zone più fragili della regione. Questa dinamica si somma a un quadro demografico che caratterizza l’Umbria: con una popolazione tra le più anziane d’Italia, la domanda di assistenza primaria è costantemente elevata, tanto da accentuare il bisogno di medici di famiglia in ogni parte del territorio. Stime più recenti regionali indicano che in Umbria mancherebbero 138 medici di famiglia rispetto al fabbisogno stimato: nella regione dovrebbero essere circa 854, ma quelli effettivamente in servizio sono 716. Le carenze risultano soprattutto nelle aree rurali e dell’Appennino. Secondo Agenas, tra pensionamenti e mancata sostituzione nei prossimi tre anni il saldo potrebbe essere negativo di 244 professionisti.
Entrando maggiormente nei dettagli, secondo l’analisi Fondazione Gimbe al 1° gennaio 2024, in Umbria non si rilevavano carenze complessive di medici di medicina generale se si utilizza il criterio di 1 medico ogni 1.200 assistiti (rapporto ottimale). Il numero medio di assistiti per medico è 1.179, inferiore alla media nazionale di 1.374. Il massimale di 1.500 assistiti è superato dal 34,8% dei medici umbri, contro il 51,7% della media italiana. Tra il 2019 e il 2023 il numero di medici di medicina generale in Umbria si è ridotto del 14,2%, una flessione significativa ma in linea con il trend nazionale (-12,7%). Nel 2024 all’ultimo bando di formazione per medici di base in Umbria sono rimasti scoperti 17 posti su 45 disponibili, ossia i partecipanti sono stati inferiori alle borse finanziate di circa il 38%.
I medici di famiglia rappresentano il primo punto di contatto per milioni di cittadini con il sistema sanitario. Senza numeri adeguati, la medicina territoriale fatica a svolgere funzioni essenziali come la prevenzione, il monitoraggio delle malattie croniche o la gestione rapida di condizioni di salute non urgenti. In pratica, la carenza si traduce in maggiore carico di lavoro per chi resta in servizio, liste di attesa più lunghe e, in alcuni casi, scelte costrette di spostarsi tra ambulatori distanti da casa.
Nelle regioni con popolazioni più anziane, come l’Umbria, questo fenomeno assume un rilievo particolare: un numero relativamente alto di assistiti con bisogni sanitari complessi richiede cure continue, monitoraggio e visite frequenti, amplificando l’impatto di ogni medico che manca.
Le proiezioni degli enti sanitari indicano che, se non si interviene con misure strutturali – come la formazione di nuovi medici di medicina generale, incentivi per l’insediamento in aree poco servite e una migliore organizzazione dei servizi territoriali – il problema è destinato ad aggravarsi nei prossimi anni. Anche recentemente si è discusso a livello nazionale di riforme per rendere la professione di medico di famiglia più attrattiva per i giovani e per agevolare il reclutamento nelle aree interne, ma sono ancora necessarie scelte operative. Ma a preoccupare di più è l’idea più che concreta che l’incentivo alla professione non basti, per quanto attrattivo lo si voglia immaginare. L’opzione potrebbe passare invece dal rendere considerevole l’opzione di vivere nelle aree interne con le rispettive famiglie. Un medico che dovesse scegliere di operare lì può contare probabilmente su una rete di conoscenti e amici, ma teme gli equilibri familiari per non poter garantire ai propri figli le stesse opportunità della città. La sfida resta quindi sui servizi, da quelli digitali a quelli dei trasporti affinché la scelta della vita in periferia o in campagna non si traduca in isolamento.
