Riceviamo e pubblichiamo la lettera firmata di una ex corsista del progetto Umbrialand. La redazione resta a disposizione per eventuali repliche delle persone e società chiamate in causa
Caro Direttore,
quando si è coinvolti in prima persona in una faccenda che olezza di fregatura, inizialmente ci si vergogna un po’ a riferirne i particolari, ma poi la rabbia prevale ed è fisiologico sputare il rospo.
L’anno scorso, io e molti altri in cerca di occupazione siamo stati attirati da un bando per la formazione, finanziato dal FSE e pubblicato dalla Provincia di Perugia: il titolo del progetto era, guarda caso, “UMBRIALAND” e sul manifesto di diffusione campeggiava l’ammiccante immagine di un aereo in fase di decollo.
Tra noi disgraziati si vociferava che la formazione destinata a coloro i quali avessero superato le selezioni per la frequenza ai vari corsi, che molto avevano a che fare con l’organizzazione di uno scalo aeroportuale, sarebbe stata requisito di preferenza in caso di reclutamento di personale da parte della SASE SpA, cioè della Società che gestisce l’aeroporto umbro “San Francesco d’Assisi”.
Si può facilmente immaginare il tasso di risposta da parte di quanti, come me, si sono prefigurati una concreta chance per un risultato occupazionale, tanto più che un’altra voce credibile era quella riguardante il potenziamento dello scalo umbro dovuto all’aumento dei voli.
Addossata per ore ad una parete del Centro Studi sul Turismo di Assisi, ho atteso il mio turno, registrato gli estremi del documento di identità, sostenuto le selezioni. Con esito positivo.
Nei mesi successivi, in orario serale, quindi con problematiche anche di tipo organizzativo, essendo corsista ma anche mamma single, ho frequentato le lezioni previste dal ricco programma di formazione professionale. Superate le prove finali, i docenti ci hanno suggerito di aggiornare il CV.
Detto fatto. Così, mi candido inviando alla SASE una lettera motivazionale molto sentita ed il mio Europass aggiornato.
Segue silenzio. Nessuna risposta.
Mi dico che è ragionevole attendere qualche settimana, trascorsa la quale provvedo ad un nuovo invio.
Ancora silenzio. Ancora nessuna risposta.
Cerco il numero della SASE e mi decido a telefonare, chiedendo dell’ufficio del personale. Qui risponde una signora, che non esita a soffocare ogni mia aspettativa, dichiarando che l’aeroporto per i prossimi tre anni non prevede alcuna assunzione, nè collaborazione.
Anzi, la signora, con un certo intento demolitorio anche della mia autostima, riferisce di ricevere quotidianamente “fior fior di curriculum” (qui, però, per autentica intolleranza, le ho prontamente corretto il più consono uso del neutro plurale!), trattandomi come se fossi una mezza calzetta, senza diritto ad un riscontro, ad un colloquio conoscitivo…
Io spiego che era lungi da me il pretendere la sicurezza di un lavoro, ma che avrei di sicuro apprezzato una risposta da parte loro, seppur negativa.
Ma loro non rispondono a nessuno. Di prassi.
A questo punto, interviene nella conversazione telefonica un urlante ed aggressivo Mario, che si definisce presidente della SASE SpA, società che gestisce, ripeto, l’aeroporto internazionale dell’Umbria, il quale mi intima di presentarmi da loro di persona, “se ho qualcosa da dire”. Poi chiude in faccia e io non ci resto nemmeno male.
Ma coloro che inviano a queste persone il loro pregiatissimi curricula non avrebbero almeno diritto ad una risposta?
I finanziamenti stanziati attraverso il Fondo Sociale Europeo sono tanti e sono importanti. Quanto di questo denaro produce occupazione? Non sono, forse, sempre gli stessi soggetti a “spartirsi la torta”? Enti pubblici, società di formazione, beneficiari vari…
Telefonate anche voi e provate a spacciarvi per ex corsisti: chiedete informazioni, chiedete risposte, chiedete colloqui.
E toccherete con mano ciò che significa scarsa diplomazia, laddove un aereo sembrava decollare.
Però, qui sulla terra, è guerra tra poveri.
Non c’è scampo. E non c’è rispetto.
