di Paolo Coletti

L’Umbria racconta due verità che convivono e si contraddicono. La prima è quella registrata dagli indicatori del Benessere equo e sostenibile (Bes) dell’Istat: una regione che, nel complesso, offre buone condizioni di vita. La seconda, emersa incrociando sempre i dati del Bes con una ricerca condotta su un campione di giovani umbri (tra i 18 e i 34 anni), tra expat e residenti, promossa dall’associazione Made in Perugia: chi nasce qui spesso parte, e chi è partito fatica a tornare, perché l’ecosistema economico e infrastrutturale non regge le aspettative di una generazione più istruita e più mobile.

Il Bes fotografa un territorio dove molte dimensioni del benessere sono solide. La salute regge abbastanza bene (accesso e qualità dei servizi sanitari), la qualità ambientale resta un punto di forza grazie a paesaggi, aria e suolo meno stressati rispetto alle aree metropolitane, la sicurezza percepita è generalmente alta e i legami sociali sono più densi. La partecipazione culturale e il tempo libero, pur con margini di crescita, beneficiano di un tessuto civico diffuso; l’istruzione di base e la presenza universitaria offrono un capitale formativo importante. È questo il lato positivo che rende l’Umbria desiderabile, vivibile, a misura d’uomo.

Ma il Bes tiene insieme qualità della vita e sostenibilità sociale ed economica, e in quest’ultima parte emergono i dati negativi. Sulle dimensioni “Lavoro e redditi” il quadro si fa più severo: il reddito disponibile medio resta su livelli medio-bassi rispetto ai benchmark nazionali, e il tasso di occupazione giovanile sconta una fragilità strutturale. Il mismatch tra competenze acquisite e ruoli effettivamente disponibili nel tessuto produttivo locale non è un dettaglio: è un freno allo sviluppo individuale e, per estensione, alla vitalità dell’intera regione.

Il nodo infrastrutturale è altrettanto visibile. La densità e la qualità dei collegamenti (ferrovie, strade e aeroporto) non sono ancora all’altezza di un’economia che punta su professioni mobili e interconnesse; la banda ultra-larga non è capillare, impedendo a molte attività ad alto contenuto digitale di attecchire, o crescere. Il Bes rileva anche elementi di pressione burocratica e fiscale che, sommati, rendono il “fare impresa” più complesso di quanto servirebbe per liberare energie e iniziativa.

Quando ai numeri del Bes si affianca la voce dei giovani, la convergenza è netta. Per un eventuale rientro, il 26,18 per cento degli intervistati indica come condizione essenziale offerte di lavoro adeguate alle proprie competenze; il 21,73 per cento chiede stipendi più alti. È la traduzione pratica delle criticità su lavoro e redditi: la regione forma talenti, ma fatica a proporre posizioni e retribuzioni in linea con le skill maturate.

Sul terreno della mobilità e dei servizi, la percezione quotidiana conferma l’analisi. Tra i residenti, il 24,66 per cento lamenta carenze di collegamenti e infrastrutture, e il 15,17 per cento segnala l’inefficienza dei servizi pubblici. Senza trasporti affidabili e una rete digitale robusta, le opportunità si assottigliano e la distanza – non solo geografica – dai poli più dinamici aumenta.

C’è poi il tema dell’innovazione, che nel Bes incrocia indicatori come la spesa in ricerca e sviluppo e la natalità di imprese innovative. In Umbria questi valori non raggiungono i livelli dei cluster più performanti del Paese: risultato, un ecosistema tecnologico meno fertile. Anche qui i ragazzi parlano chiaro: il 12,54 per cento chiede un ecosistema tecnologico più sviluppato e l’11,42 per cento una formazione universitaria più specializzata. Termini come blockchain, start-up e campus internazionali entrano nel vocabolario delle aspirazioni, ma restano spesso fuori dall’offerta locale.

Eppure l’attaccamento al territorio resiste. Tra i giovani fuori regione, solo il 23,9 per cento dichiara di voler restare lontano in modo definitivo. Il 34,8 per cento valuta il rientro futuro, e il 28,3 per cento tornerebbe di fronte a buone opportunità lavorative. La leva identitaria non basta, però, se non si affianca alla leva economica e infrastrutturale: senza lavoro qualificato, stipendi competitivi e connessioni efficienti, il ritorno di cervelli non è sostenibile.

Il paradosso è tutto qui: il Bes conferma che l’Umbria è un luogo per vivere piuttosto bene, ma il mercato e le infrastrutture non lo rendono un luogo adeguato per crescere professionalmente, specie per chi ha ambizioni in settori innovativi. La regione ha valori importanti: salute, ambiente, sicurezza, coesione sociale, ma ha bisogno di trasformarli in un vantaggio competitivo sistemico. Abbiamo bisogno di lavorare su tre direttrici contemporaneamente: occupazione qualificata e meglio retribuita, infrastrutture moderne (fisiche e digitali), un ecosistema dell’innovazione che moltiplichi opportunità invece di disperderle.

Se su questi tre temi si riuscisse a muoversi in modo deciso e all’unisono, la dicotomia tra condizioni di vita e opportunità lavorative si equilibrerebbero. Proviamo a immaginare: una qualità della vita che trattiene, un’economia che attrae e a una capacità d’innovazione che fa restare. In caso contrario, la realtà che vivremo anche nel futuro continuerà a essere: una terra che piace e che si racconta bene nei numeri del benessere, ma che continua a perdere i suoi ragazzi proprio quando servirebbero per costruire il futuro che quei numeri promettono.

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