di Maurizio Troccoli
C’era una camera oscura che anticipava il tuo ufficio Gigi, quando entrai per la prima volta al Messaggero di Perugia. Era ancora da liberare e credo fosse il primo spazio della redazione che mi presentasti. Anche quello era un momento di passaggio nel giornalismo. Erano i primi anni del 2000 e proprio lì davanti, ticchettava una macchina da scrivere. Avevo di fronte a me, quasi tutti i giorni, la sagoma piegata e di spalle, dell’ultimo giornalista, credo, che ancora la usasse. Era Marcello Monacelli: veniva in redazione, ti salutava e tu gli riservavi la gentilezza di uomini di altri tempi. Quei giornalisti dalla suola di scarpe consumata dovevano trovare casa nelle redazioni fino all’ultima lettera battuta.
Erano ancora gli anni in cui bisognava farsi largo tra le ristrette pagine di un quotidiano locale. E io ne impiegai tanto di tempo per trovarlo quello spazietto in una pubblicazione. Tu volevi accadesse così. Capirò soltanto più tardi che avevi ragione, in quel senso della misura. Mi presentò a te un giornalista dalla barba lunga, non sapevo fosse il tuo di capo, Sandro Petrollini, mio docente all’università che prima di spedirmi al tuo indirizzo mi raccomandò di pensarci bene. Tu, anche fisicamente e nel rapporto con il resto della redazione, sprigionavi rigore. Ma non spaventavi più di quanto riuscivi a scioglierti in una risata. Facevi avanti e indietro dal fax, leggevi, smistavi e restavi lì, dietro quella bajour della tua scrivania fino a tarda sera, disegnando menabò e correggendo ogni pezzo fino all’ultimo minuto possibile. Poi chiudevi la redazione, rincasando attraverso una ritualità replicabile solo in una vecchia pellicola. Erano così pochi i tuoi pezzi firmati che non ne ricordo. Ed è stata forse questa la cifra che più mi porto dietro: il capo di una redazione, che alla propria ‘marca’ non riservava neppure la traccia di un pezzo siglato. Quello che ti stava a cuore era il giornale. Nel suo insieme. Eri pienamente in possesso del ruolo che assumevi da non derogare in cambio di una visibilità personale. Non lo facevi sul giornale. Non lo facevi fuori dalla redazione. Agli altri eri pressoché invisibile, ma quel confine della redazione era inviolabile come una frontiera a chiunque avesse intenzione di penetrarlo con qualsiasi pretesa. Ricordo come sapevi delegare ad altri le relazioni con i poteri locali, non solo politici, a cui davi ospitalità, ma come la darebbe un custode poco prima di chiudere un cancello, a fine turno.
Ai ragazzi che frequentano oggi le redazioni, molto più contaminate, aperte, creative, disponibili, avrebbe giovato incontrarti sul mestiere. Sarebbero stati immediatamente raggiunti dalla quota significativa di responsabilità che occorre tutt’oggi, nonostante tutto, avvertire quando stai per condizionare l’opinione pubblica, con un tuo pezzo.
Quando hai lasciato il Messaggero, l’ho lasciato anch’io. Contemporaneamente, ci siamo persi di vista, tranne incrociarci in occasioni fortuite. Ho saputo poi di te che a fine carriera ti sei dedicato alla Caritas. Dove sono venuto a trovarti. E’ stata l’occasione per confermare, in me, la consapevolezza di avere avuto la fortuna di un maestro di giornalismo di altri tempi. Burbero, rigoroso, ma alla meritevole condizione di ricambiare con generosità e autoironia, al momento opportuno. Quello più imprevedibile.
Parlando di te poi, ci siamo intrattenuti, in diversi momenti, con altri colleghi e soprattutto colleghe che tra le tante virtù, mi hanno raccontato di quell’allora giovane giornalista dal bell’aspetto che con le donne, colleghe e non, sapeva innescare un’alchimia insolita. Ti ci ho rivisto. Proprio come mi sorprendevi per tatto e gentilezza, mentre io mi aspettavo un feroce rimprovero e tu coglievi l’occasione per indicarmi la strada, darmi il metodo, invece di sottolineare l’errore.
Caro Gigi, mi ha colto di sorpresa la notizia della tua dipartita. Ma anche in questo silenzio ti ci ritrovo. Come pochi che conoscono l’essenza delle cose che realmente contano e compiono la scelta di tracciare intorno a queste il confine della riservatezza, ben consapevoli di quale sia invece la metratura della dimensione pubblica. Saranno altrettanto silenziose le tante tracce di te che in diversi colleghi è possibile intravvedere. Mi conforta l’idea che il tuo è stato un viaggio di profondità, al contrario di quanti, troppi, largheggiano in superficie. Ti ricordo come maestro di continenza e consapevolezza, riservandoti nell’animo quel luogo particolare che si preserva a chi sa modellare con timida cura. E invece di ricordare qui piacevoli momenti di protezione di cui sono stato testimone e che porto con me, ti ricordo nella semplicità di chi ha scelto di stare a margine, per fare spazio alla nobile missione del giornalismo di prossimità.
