Al centro, Valerio Marinelli

di Valerio Marinelli

Caro democratico ti scrivo, ma non per distrarmi un po’. E siccome ti senti spesso lontano dai tuoi dirigenti politici, «più forte ti scriverò». Scrivo al democratico che ha scelto il Pd, non una corrente; al democratico che esercita un giudizio autonomo su ogni vicenda e questione politica; al democratico che non accetta i condizionamenti di oligarchie e potentati che subordinano l’interesse generale a contingenti esigenze particolari. Va premesso che i congressi locali sono l’occasione per confrontarsi sui temi del partito e sui temi dell’Umbria. Quindi, chiudersi acriticamente nei recinti delle aree nazionali potrebbe diventare sotto tale aspetto controproducente.

Riannodare il rapporto Per riannodare il rapporto tra militanti e dirigenti è necessario che l’umile impegno del dirigente dia prova che l’attività politica sia prima onere e poi onore, sia sacrificio prima che privilegio. Il Pd, il nostro Pd, ha bisogno di un’opera di smilitarizzazione e di ricostruzione su basi nuove. E’ per questo che chi si candida alla guida del partito ha il compito di dedicarsi ad esso anima e corpo. Perciò, se verrò eletto segretario, finirò il mandato senza candidarmi ad altre posizioni politiche o amministrative. Una scelta che non basta comunque a ridurre le distanze tra territori, iscritti e segreterie centrali. Fondamentale sarà ridare peso agli organismi dirigenti, cuore della sovranità politica del partito. Caro democratico, so bene che a volte hai considerato velleitarie certe convocazioni e superflue molte discussioni. Il punto è che se non riacquisterai un peso effettivo nelle decisioni ogni passaggio della vita democratica interna ti sembrerà una fredda procedura, una forma priva di sostanza. Occorre allora attribuire responsabilità nuove a quello straordinario patrimonio umano che è la militanza, purtroppo sottovalutata, ma che solo il PD può vantare. Dobbiamo forgiare una partecipazione circolare e costante, nella quale la trasparenza dei percorsi obblighi il gruppo dirigente a ricercare un consenso reale e mai aprioristico.

Ripartire il territorio A te che non ti perdi un’iniziativa, che non diserti le riunioni e gli appuntamenti a cui sei invitato, ti sarà sicuramente capitato di sentir dire che il Pd doveva «ripartire dal territorio». In verità, nel tempo, la presenza del partito nel territorio si è andata indebolendo. E la latitanza dal territorio ha significato la latitanza dalla società. È questa una criticità che dobbiamo risolvere presto e insieme. Territori spogli di filtri e di proficuo contatto con la politica finiscono per allentare lo spirito pubblico, incentivando vie più brevi- e spesso più opache- di tutela degli interessi. Il tuo impegno lo considero qui determinante. Vorrei in primo luogo proporti di tornare a studiare la composizione sociale, le trasformazioni, le potenzialità del territorio dove vivi e\o lavori. Vorrei poi costruire, insieme a te, alcune sperimentazioni politiche, come -ad esempio- l’avvio di pratiche di «democrazia deliberativa», capaci di aprire davvero il partito alla società e di raccogliere da essa quelle «utopie», quella passione progettuale che i partiti hanno man mano smarrito, persi nelle rincorsa di un presente sfuggente e problematico. Le idee elaborate da Fabrizio Barca- che ti invito a leggere- rappresentano in tal senso un importante riferimento.

Cuore e pancia Caro democratico, è inutile nasconderselo: la passione per la politica risiede più nel cuore che nella pancia, solleticata fin troppo dai tanti populismi del momento; si trova nel cuore, ma non può fare a meno della testa. E la testa ci dice che una nuova passione civile e politica è possibile se si innesca un profondo risveglio etico dei partiti. Non si tratta di aggiungere regole. Si tratta piuttosto di far prevalere l’opportunità e il buon senso del principio costituzionale dell’”onorabilità” del rappresentante politico; e si tratta di rilanciare gli inventivi culturali di una partecipazione che non può rinunciare a incontrarsi con l’orgoglio di un’appartenenza ideale, ricordando che solo un progetto forte tesse vincoli ideali ed etici forti. Ma anche questo non è sufficiente. Il partito che immagino dà ampia pubblicità a entrate e uscite finanziarie, a come le risorse vengono reperite e a cosa vengono destinate, pungolando le istituzioni perché facciano altrettanto e diventino vere e proprie «case di vetro». La trasparenza è decisiva per il ripristino della credibilità sociale del soggetto partito, ed è essenziale se crediamo che il partito sia un bene comune, dove ogni storia trova cittadinanza, ma dove ai diritti corrispondono sempre inderogabili doveri.

Il ruolo del partito Negli ultimi anni credo che abbiamo avuto la comune sensazione che il ruolo del partito si sia schiacciato nella selezione delle candidature alle varie tornate elettorali. Una funzione del Pd, invece, è pure quella di orientare le coscienze, altrimenti scarso sarà l’impulso che riusciremo a dare alle ragioni di un impegno o di un consenso politico. Per questo è decisivo promuovere in modo capillare periodiche campagne tematiche, in grado di attestare la cultura politica del nostro partito e i suoi contenuti. Bisogna chiarire e poi ribadire in ogni spaccato sociale cosa è il Pd e a chi si rivolge, pena il rischio di venire percepiti insicuri e ambigui. È dentro questa dimensione che va inscritta ed esaltata l’autonomia del partito, soggetto collettivo che deve vivere nella società ben prima che in Giunte e Consigli o altri luoghi del governo e della rappresentanza istituzionale. Non è per nominare in enti di sottogoverno personalità legate a correnti o capibastone che esiste il Pd; esiste per dare voce a chi non ce l’ha, per organizzare e guidare i destini di una comunità oggi gravemente scossa e indebolita dalla crisi.

Cambiare rotta Il partito politico è ora più che mai sotto tensione. O si cambia rotta nella sua declinazione, interpretazione, gestione, ruolo e funzione sociale o saremo destinati a veder depauperata la qualità democratica del nostro paese. Assumersi responsabilità in un momento così delicato può essere affascinante, eppure in me prevale la preoccupazione di rispondere con efficacia all’altezza delle sfide a cui siamo chiamati. Se verrò eletto, ti chiederò sin da subito di aiutarmi e di contribuire a uno sforzo collettivo, che sarà utile e vincente solo ci vedrà mettere da parte i vari egoismi e le frequenti arroganze che in troppe occasioni hanno frenato il nostro lavoro, allontanando sia iscritti sia elettori. Caro democratico, è tempo di rimboccarsi le maniche ancora una volta, ma so che quando credi in quello che fai, quando ci metti tutta la tua passione, nessun ostacolo ti è insormontabile.

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