La Sagra Musicale Umbra di quest’anno vede protagonista come “pianista in residenza” Martina Consonni. Non poteva essere diversamente in una edizione dedicata agli “Anni Acerbi”, e in particolare alla vitalità, alla ricerca e alla scoperta degli anni della formazione. Acclamata per la sua innata musicalità e profonda sensibilità, unite a un’eccezionale tecnica strumentale e brillantezza di suono, la pianista italiana classe 1997 si è affermata come una delle più promettenti giovani musiciste di questa generazione.
Il 28 settembre, all’Auditorium Santa Cecilia di Perugia, Consonni sarà alle ore 21 con L’Appassionata (orchestra anche questa residente per l’edizione numero 81 della storica rassegna musicale umbra, nata a Verona nel 2019 e composta da musicisti di talento formatisi nelle principali istituzioni musicali europee) per eseguire Schumann e Ravel, in un organico che comprende archi, flauto, soprano e pianoforte; il giorno successivo, a Norcia, sarà invece protagonista di un recital solistico dedicato al mondo dell’infanzia, da Schumann a Mozart, Prokof’ev e Bach. Umbria24 l’ha intervistata prima delle sue esibizioni.
Che significato ha per lei questo doppio coinvolgimento? Essere pianista in residenza alla Sagra Musicale Umbra di quest’anno è per me grande privilegio e onore. Sono molto legata a questo territorio, e a Perugia in particolare, da diversi anni vengo quasi ogni anno e apprezzo moltissimo l’ambiente musicale di questa città, nonché la cultura e la bellezza. Sono molto grata di questa opportunità, con la quale spero di poter costruire un dialogo più profondo con il pubblico e il territorio. È anche l’occasione di mostrare diverse sfaccettature del proprio percorso artistico — dalla musica da camera al recital solistico — e di sentirsi parte di un progetto più grande.
Il programma le permette di mostrare due dimensioni molto diverse del suo lavoro. Che cosa le interessa mettere in luce attraverso questa varietà di repertori e di formazioni? È fondamentale per me proprio mostrare che non esiste un’unica “verità” nel modo di stare sul palco: in un organico cameristico con L’Appassionata, il pianoforte dialoga, si intreccia con archi, flauto e voce, in un equilibrio che richiede ascolto e cura del dettaglio. E poi ci sarà anche uno dei primi brani cameristici che ho scoperto quando ero piccola, il meraviglioso quintetto di Schumann, pagine che non vedo l’ora di suonare con altri giovani bravissimi musicisti pieni di talento e energie. Il giorno dopo invece, da sola sul palco a Norcia, la responsabilità è molto diversa, ed è una visione più intima, ma anche libera, della musica. Sono due modi complementari di fare musica, che però per me sono fondamentali per permettere all’uno di arricchire l’altro… e credo che proprio passare dall’uno all’altro mi renda un’interprete più consapevole e onesta.
Il tema di questa edizione, “Anni Acerbi”, guarda all’infanzia e alla giovinezza, e il suo recital di Norcia nasce proprio attorno a “sogni, domande e giochi”. Da giovane interprete, che cosa pensa possa fare oggi la musica classica per parlare alle nuove generazioni e per evitare che venga percepita come qualcosa di lontano dalla loro sensibilità? Penso che la musica classica smetta di sembrare “lontana” quando la si racconta partendo da esperienze universali — il gioco, la meraviglia, l’infanzia — invece che dalla tecnica o dalla storia. Il tema “Anni Acerbi” permette proprio questo: parlare di infanzia attraverso Schumann, Mozart, Debussy e Bach non come un esercizio nostalgico, ma come un invito a riconoscersi in quei sentimenti, a qualunque età.
Non serve semplificare la musica, serve solo essere onesti quando la si racconta: i ragazzi sentono subito se stai recitando una parte o se ci credi davvero.
La Sagra quest’anno affianca alla presenza di artisti affermati anche molti giovani interpreti, ensemble e studenti dei Conservatori. Quanto è importante, per una musicista della sua generazione, trovare istituzioni e festival disposti non soltanto a ospitare giovani talenti, ma a costruire per loro un vero percorso di crescita artistica? È fondamentale, forse più oggi che mai. Non basta dare un palco a un giovane interprete una volta sola: serve un percorso, una fiducia che si costruisce nel tempo, occasioni ripetute per crescere ed evolversi. Festival come questo, che affiancano artisti affermati e giovani talenti nello stesso cartellone, mandano un messaggio importante: che la musica classica ha bisogno di essere sostenuta con continuità, con passione e fiducia nelle nuove generazioni.
