di Maurizio Troccoli
E’ tempo di rinascita per Cioccolatò, la storica manifestazione del cacao a Tornino, dove è possibile assaggiare ostriche e cioccolato. Il rientro nel salotto buono della città, potremmo dire concomitante con il ritorno di Eurochocolate su corso Vannucci, restituisce numeri interessanti. Sono quelli che si stanno registrando in questi giorni e che consentono agli organizzatori piemontesi di spostare gli obiettivi di risultato ancora più avanti nel prossimi anni. Intanto registrano quelli attuali parlando di prodotti andati a ruba, tutto esaurito in molti stand che promettono di portarne il doppio per il prossimo anno, e internazionalizzazione a portata di mano. Il punto di svolta, sarebbe quello di mettere la manifestazione nelle mani di chi organizza ‘La fiera del libro’ e che ha trasformato Cioccolatò secondo quel modello vincente. Le curiosità forti sarebbero anche legate ai paesi stranieri: «Dagli Emirati Arabi Uniti – scrive La Stampa – col celebre cioccolato di Dubai (la tavoletta di cioccolato ripiena di kadayif già virale in questi giorni) alla Svizzera, patria del cioccolato al latte, fino ai grandi produttori del Sud America».
Cioccolatò 2027 avrà solo l’imbarazzo della scelta per individuare il paese ospite per l’edizione 2027.
A Perugia il cioccolato è da oltre trent’anni un marchio identitario, un evento capace di trasformare per giorni il centro storico e di richiamare centinaia di migliaia di visitatori dall’Italia e dall’estero. Ci è riuscita in centro storico, come nella sfidante Umbriafiere, che ha rappresentato una vera operazione coraggio, soprattutto verso chi non avrebbe scommesso un solo euro che un appuntamento da sempre inteso come popolare e gratuito conservasse i grandi numeri anche nel modello fieristico. Oggi guardando a quanto sta accadendo a Torino con Cioccolatò, il confronto torna d’attualità e racconta come il mondo del cacao stia cambiando, anche nei grandi eventi.
Eurochocolate, va ricordato, è nato nel 1994 ed è cresciuto fino a diventare uno dei festival del cioccolato più importanti d’Europa, con ogni probabilità il principale per numeri. Per anni Perugia è stata la capitale indiscussa del cioccolato “popolare”, con risultati imponenti: nelle edizioni pre-pandemia si sarebbe arrivati a superare il milione di presenze complessive, con un forte impatto turistico ed economico sulla città e sulla regione. Un evento che ha fatto della dimensione internazionale, della spettacolarizzazione e della contaminazione tra cultura, marketing e prodotto il suo punto di forza.
Il Piemonte tuttavia non parte da zero. Torino e la sua regione vantano una tradizione cioccolatiera antica, che affonda le radici nel Settecento e in prodotti iconici come il gianduiotto. Gli antenati di Cioccolatò sono le botteghe storiche, i maestri artigiani e manifestazioni più piccole legate alla valorizzazione del cacao e delle eccellenze locali. La prima edizione di Cioccolatò risale ai primi anni Duemila, ma è solo negli ultimi due anni che l’evento ha cambiato passo, tornando in piazza Vittorio Veneto e scegliendo un modello più selettivo, centrato sui produttori e sui maestri del cacao.
L’edizione 2026, raccontata da La Stampa, segna un ulteriore salto di qualità. L’obiettivo dichiarato è superare i 100 mila visitatori, dopo i circa 100 mila del 2025, con 70 stand attivi e l’ambizione di arrivare oltre quota 100 già dal prossimo anno. La direzione è chiara: meno fiera generalista e più evento culturale e identitario, sul modello del Salone del Libro, con cui Cioccolatò condivide anche la regia organizzativa. Dal 2027 è prevista l’apertura strutturata ai grandi cioccolatieri internazionali, con un Paese ospite e una dimensione progressivamente più globale.
È qui che il parallelismo con Perugia diventa interessante. Eurochocolate, negli ultimi anni, ha avviato una riflessione profonda sul proprio futuro, tra la necessità di ridurre l’impatto sul centro storico e quella di rinnovare i contenuti. La novità più significativa è il progetto del museo del cioccolato, che punta a rendere permanente ciò che per decenni è stato concentrato in pochi giorni all’anno: un luogo stabile di racconto, formazione e attrazione turistica, capace di lavorare tutto l’anno e non solo durante il festival.
Torino, dal canto suo, sta costruendo un sistema che lega Cioccolatò alla rete dei maestri del gusto piemontesi, alle cooperative di produttori internazionali e a una narrazione sempre più attenta alla qualità della materia prima, alla filiera e alla sostenibilità. Non un museo, almeno per ora, ma un ecosistema che mette insieme evento, tradizione artigiana e prospettiva internazionale. Un perimetro che Eurochocolate ha percorso ampiamente, raggiungendo dimensioni ulteriori.
Le differenze restano evidenti. Perugia ha puntato storicamente sui grandi numeri, sulla capacità di attrarre un pubblico vastissimo e trasversale, trasformando il cioccolato in spettacolo urbano. Ma sempre di più, e soprattutto di recente, all’anima popolare ha accostato il valore culturale, sociale, economico, turistico e internazionale del cacao. Ne ha fatto una narrazione condizionata fortemente dalle intuizioni ‘chicchierate’ del suo patron, che se da un lato piace a molti, dall’altro si lascia volentieri contestare, per trovate, accostamenti e tattiche di comunicazione. Torino sembra scegliere una strada più misurata, ma anche più identitaria, con numeri inferiori ma una forte crescita qualitativa e un posizionamento culturale preciso. Due modelli sicuramente diversi, anche se tangenti in differenti punti delle rispettive timeline, che oggi però si osservano a distanza variabile.
Eurochocolate resta, anche oggi, una delle manifestazioni di settore più grandi in Europa: nelle edizioni pre-pandemia gli organizzatori hanno stimato oltre un milione di presenze complessive nell’arco dei nove-dieci giorni di evento, con picchi giornalieri che hanno spesso messo sotto pressione il centro storico di Perugia. Gli stand, a seconda degli anni e dei layout adottati, sono oscillati tra i 180 e i 250, con una forte presenza di grandi marchi industriali accanto a produttori artigianali, aree tematiche, spazi per showcooking, happening e installazioni. Numeri che hanno garantito un impatto economico rilevante sul territorio, ma che hanno anche imposto negli ultimi anni una riflessione su sostenibilità, flussi e qualità dell’esperienza.
Cioccolatò nell’edizione 2025 ha superato quota 100 mila visitatori e l’obiettivo dichiarato per il 2026 è andare oltre quel risultato, consolidando un pubblico non solo locale ma sempre più turistico. Gli espositori sono stati circa 60, distribuiti in 70 stand, con una selezione che ha privilegiato produttori e maestri del cacao: il 45 per cento proveniente da fuori Piemonte e una quota significativa di maestri del gusto torinesi. Una dimensione numerica inferiore rispetto a Perugia, ma coerente con un modello che punta meno sulla quantità e più sulla riconoscibilità dell’offerta, con l’ambizione di crescere gradualmente fino a superare i 100 stand nei prossimi anni e di attrarre, dal 2027, grandi nomi internazionali. Due scale diverse, dunque, che raccontano due fasi e due strategie differenti dello stesso mondo: da un lato il grande evento di massa che ha fatto scuola, dall’altro una rassegna in espansione che cerca spazio puntando su identità, selezione e qualità.
