di Renzo Campanella*
Trascorso qualche giorno dalla Assemblea Nazionale del Pd, e placatosi il clamore mediatico che ne ha accompagnato la parte finale relativa alle votazioni, è forse possibile cominciare a fare una riflessione più pacata, e a trarne qualche indicazione di carattere più generale.
I temi della discussione. Anche se nel tritacarne mediatico è finita quasi esclusivamente la discussione, peraltro caratterizzata da toni particolarmente accesi, sui matrimoni omosessuali e diritti delle coppie di fatto, in realtà vi è stato anche un secondo tema che ha rinfocolato la bagarre: gli ordini del giorno (primi firmatari Salvatore Vassallo, Pippo Civati e Sandro Gozi) relativi alle primarie per i parlamentari e ai limiti al numero dei mandati.
I diritti. Per la prima questione la cronaca più precisa, a mio giudizio, è stata fatta da Adriano Sofri su Repubblica: “La bandiera dei diritti”, 16/07/12. E’ bene precisare che attimi di tensione sul tema si erano avuti sin dalla Assemblea Nazionale di Varese, alla fine del 2010; dopo questa, nella Assemblea successiva fu istituito il Comitato presieduto da Rosi Bindi, che ha partorito il documento finale che è stato portato in votazione, e che ha costituito il casus belli. Al di là dei toni polemici che sono stati utilizzati nell’Assemblea del 14 luglio, a me sembra che questo documento sia sostanzialmente buono, che in esso si possa riscontrare una alta tensione etica e una notevole profondità di analisi sul tema dei diritti; ciononostante resta un documento generico, in cui sono sì descritti con elevatezza di pensiero e di sentimento i principi a cui dovrebbe attenersi una legislazione in tema di diritti delle persone che formano famiglie non regolate dal vincolo matrimoniale, ma resta tuttavia estraneo a indicazioni minimamente definite sulla effettiva implementazione di questi diritti. Per dirla in altre parole: sarebbe stato un documento ottimo se fosse stato il punto di partenza della discussione, ma è lacunoso se vuole rappresentare il punto di arrivo. Positivo per le tante cose che vi sono dette, criticabile per le troppe che vengono taciute. Di fronte a questo documento, vista la impossibilità di integrarlo per l’opposizione della Presidente del Comitato, alcuni parlamentari (Cuperlo, Marino, Pollastrini ed altri) hanno steso un secondo documento, che secondo un accordo di cui tutti questi ultimi parlamentari erano a conoscenza avrebbe dovuto essere votato assieme al primo. Bindi ha invece portato in votazione solo il primo documento, scatenando una prima reazione da parte di alcuni delegati. Il successivo rifiuto di faf votare due ordini del giorno a firma Concia e Scalfarotto sui matrimoni omosessuali, con la motivazione che sarebbero stati vietati dall’avvenuta approvazione del primo documento, ha rinfocolato le polemiche.
Primarie e limite di mandato. Il secondo motivo di polemica si è avuto sui due ordini del giorno relativi alle primarie per i parlamentari e il limite al numero dei mandati di ciascun parlamentare. Qui l’escamotage utilizzato per sottrarre alla votazione i due o.d.g. è stato far votare prima un altro o.d.g., della presidenza, che grosso modo si occupava degli stessi temi. In realtà tra i due o.d.g. presentati dai delegati e quello della presidenza vi sono significative differenze; la principale consiste nell’aver sostituito il numero di tre mandati (o.d.g. Vassallo) col numero complessivo di anni, pari a quindici (equivalenti a tre mandati pieni). La differenza è lampante se si pensa che, a causa dell’interruzione della XV legislatura (2008), i parlamentari eletti nel 2001, per le prossime elezioni, avrebbero bisogno di ottenere la deroga al limite di tre mandati; non hanno invece tale necessità col limite di quindici anni. E’ da notare che questo limite di quindici anni contraddice palesemente lo stesso Statuto del Pd, il quale fa esso stesso riferimento a tre mandati salvo deroghe, ed è singolare che sia stata addirittura la Presidenza dell’Assemblea a proporre tale modifica.
Assemblea Nazionale e società. La considerazione comune che si può trarre da questi due episodi, verificatisi in stretta successione, è che sembra che nel Partito democratico non sia possibile portare in votazione ordini del giorno che non siano stati preventivamente concordati con la Presidenza dell’Assemblea. Detto in altri termini, alla luce di quanto accaduto non appare possibile che delegati degli iscritti del Pd, democraticamente eletti, abbiano la possibilità di incidere in modo significativo sugli orientamenti del partito stesso, proponendo al voto dell’Assemblea indicazioni sulle politiche che il partito deve assumere.
Questo appare in forte contraddizione con l’indicazione data e ripetuta da Bersani, durante i suoi due interventi nella stessa Assemblea Nazionale, che il partito deve aprirsi a “tutti quelli che pensano di avere qualcosa da fare e da dire nel campo democratico e progressista, che siano associazioni o individui”. Se non si permette ai delegati di proporre all’Assemblea Nazionale di influire in modo democratico, ma indipendente dalla dirigenza, sulle scelte del partito, come si potrà accettare una influenza da parte della società civile?
Per fare un esempio, quando una famiglia si arricchisce con l’arrivo di un figlio, questo obbliga a modificare comportamenti e programmi. Le necessità, i bisogni, le aspirazioni, l’agire di un nuovo membro costituiscono un vincolo per tutti. Allo stesso modo se il Pd si vuole aprire a associazioni e individui, non può pensare di farlo senza accettare che le sue politiche ne vengano influenzate.
E’ evidente a tutti che il Pd non può solo pensare di andare a comunicare i propri programmi, cosa che resterebbe totalmente priva di effetti se non addirittura fonte di reazioni negative da parte dei tanti cittadini che hanno smesso di votare Pd. Se non si accetta che, una volta instaurato un rapporto con cittadini e associazioni, questo porti a modificare i propri comportamenti, evidentemente si ha una concezione di tale rapporto a senso unico.
Una concezione di tal genere è incapace di scalfire l’isolamento in cui versano i partiti politici, verso i quali il sentimento di fiducia nella società è ai livelli minimi. Tra tutti partiti il Pd, per la sua storia, per gli ideali di cui è erede e si ritiene portatore, per l’idea di partecipazione che deve essere alla base della sua azione è quello che meno di tutti si può permettere di non sviluppare un fecondo e incisivo rapporto con i cittadini, ed è quello che più di tutti deve mettere in campo ogni possibile azione per colmare il distacco con la società.
*Assemblea Nazionale del Pd


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