di Catiuscia Marini*
Come Regioni ed autonomie locali ci sentiamo coinvolti nella sfida alla crisi economica che il Paese ha di fronte e pensiamo di poter essere interlocutori fondamentali, sia nelle risposte da dare alle esigenze ed ai nuovi bisogni della popolazione, anche in conseguenza della crisi, sia nel pensare alle riforme strutturali che servono all’Italia tutta.
In una fase così difficile le Regioni temono soprattutto le “riforme calate dall’alto” che non sempre si dimostrano efficaci nei risultati. Il sistema delle Regioni intende invece assumersi fino in fondo la responsabilità di risanare i conti pubblici del Paese ma anche di costruire, condividendo le scelte, un percorso che contribuisca ad una nuova fase di sviluppo.
Dal mio punto di osservazione guardo con preoccupazione ad alcuni effetti rilevanti della crisi, a cominciare dalla contrazione dell’economia italiana che sta producendo effetti sociali rilevanti: il reddito disponibile delle famiglie, misurato in termini reali, registrerà il sesto anno consecutivo di contrazione.
Altrettanto preoccupante è il disagio sociale che sta interessando il Paese che si presenta in salita da circa due anni e fa segnare in questo 2012 il valore più alto degli ultimi dieci anni: nella mia regione si evidenziano segnali preoccupanti dal lato delle imprese sia con riferimento alla nati-mortalità di impresa che all’andamento dei fallimenti. Il credito alle imprese – al di là delle assicurazioni ed enunciazioni degli istituti bancari – è di fatto fermo, se non in calo. L’export che nel complesso aveva fatto registrare valori positivi nel corso del 2011 (+13,6%) ha comunque subito un rallentamento. Anche in termini di occupazione i dati non sono incoraggianti perché, malgrado le considerazioni sulla tenuta complessiva del 2011, l’ultima parte dell’anno ha mostrato un andamento negativo ed i primi mesi del 2012 hanno visto una richiesta crescente di ricorso alla cassa integrazione.
Questo inasprimento della crisi si evidenzia nella flessione dei consumi delle famiglie umbre che, peraltro, ricorrono alle ‘riserve’ finanziarie accumulate negli anni. Il tema del lavoro e dei redditi dei cittadini e delle famiglie, la capacità delle imprese di tornare a fare investimenti sostenendo l’innovazione, un nuovo ruolo delle istituzioni pubbliche negli investimenti pubblici (infrastrutture, ricerca, servizi alle persone…ecc..) rappresentano quindi questioni centrali su cui concentrare l’attenzione del governo nazionale, ma anche delle Regioni e delle autonomie locali, unitamente ai diversi attori della società.
Occorre lavorare di più e più concretamente verso lo sviluppo e la crescita e nessuno può esimersi dal fare la propria parte. E’ quello che la Regione Umbria sta cercando di fare nelle sue competenze e possibilità.
Tre le direttrici sulle quali si sta muovendo la politica per lo sviluppo della Regione Umbria: una forte spinta a rivedere i settori della spesa regionale in modo da ottenere incrementi di efficienza, liberando risorse per affrontare i tagli ed evitando inasprimenti fiscali; finalizzare i programmi di sviluppo disponibili (essenzialmente alimentati dalle risorse dei fondi strutturali, politica comunitaria) verso obiettivi realmente perseguibili, superando approcci di tipo meramente distributivo nella spesa pubblica di promozione allo sviluppo; ridefinzione dei ruoli e delle competenze dei singoli livelli di governo (regionale e locale) anche con uno sfrondamento di quanto non funzionale alle esigenze dei cittadini e delle imprese, maggior orientamento al risultato.
Vorrei esprimere però alcune preoccupazioni, di interlocuzione anche nelle decisioni e nell’agenda per lo sviluppo del Governo: possiamo ancora sostenere “socialmente” per alcuni anni, a fronte della flessione del PIL che ha natura permanente, il costo del minore prodotto e della maggiore disoccupazione? L’obiettivo ravvicinato del pareggio di bilancio, per quanto giustificato dal nervosismo dei mercati, può essere l’unica soluzione possibile senza tenere conto dei costi sociali che questo comporta?
Ed infine: i tagli draconiani alla spesa pubblica che colpiscono in particolare il fondo sanitario ed il fondo sociale, modificando in maniera sostanziale il carattere del welfare e producendo una riduzione nell’accesso ai servizi e alle prestazioni con un innalzamento della compartecipazione alla spesa dei cittadini aggiuntiva alla fiscalità generale sarà sostenibile con la coesione sociale del Paese, con la necessità di fronteggiare l’impoverimento di fasce più estese di popolazione?
E’ necessaria da questo punto di vista un’azione comune di tutti i soggetti istituzionali, ad ogni livello di responsabilità di governo, insieme alle parti sociali ed a tutte le altre rappresentanze della società, per consentire all’Italia di imboccare al più presto la via d’uscita dalla crisi economica.
*Pubblichiamo l’intervento della presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini, nel corso del convegno «Un contributo francescano al superamento dell’attuale crisi economica» che si è svolto ad Assisi alla presenza del ministro Corrado Passera.

