Gli Stati generali dell’Umbria (foto Fabrizi-U24)
Gli Stati generali dell’Umbria (foto Fabrizi-U24)

di Ivano Porfiri

Nel gioco del calcio il modulo più in voga al momento è il 3-5-2. A lanciare la moda è stata l’Udinese, che per due anni ha regalato spettacolo inserendosi con investimenti modici tra le squadre grandi e spendaccione. Oggi ci giocano, oltre all’Udinese, la Juventus, il Napoli, il Parma, la Fiorentina. A prima vista è un modulo coraggioso, offensivo perché propone solo 3 difensori contro i più «conservatori» moduli a partire dal classico 4-4-2, fuorimoda perché dal sapore difensivista. In verità, il 3-5-2 è un modulo ambiguo perché se si hanno esterni offensivi restano effettivamente 3 difensori, ma quando si scelgono terzini veri la difesa diventa a 5.

Uscendo dalla metafora calcistica, la classe politica umbra si è proposta negli ultimi anni, specie per chi guarda la regione da fuori, come una ventata di rinnovamento riformista. Una presidente e un sindaco della città capoluogo 40enni (e un presidente della provincia poco di più) non può vantarli nessun’altra regione italiana. Fin dalle prime battute della legislatura regionale, poi, è stato effettivamente varato un ambizioso percorso di riforme. Sugli esiti finali, come accade spesso in politica, saranno i prossimi anni a parlare, ma dai tagli al costo dell’apparato, all’eliminazione delle comunità montane fino alla ventura riforma sanitaria qualcosa di nuovo si è visto. Se non un gioco propriamente spumeggiante, tornando al pallone, almeno barlumi di idee nuove.

Poi è arrivato il governo Monti ad accelerare alcune delle scelte: nuovi tagli, razionalizzazioni forzate, diete coatte. Fino alla riforma delle province. Sulla materia l’opinione unanime degli analisti è impietosa: da una volontà positiva (eliminare costi superflui cancellando totalmente l’ente) si è ripiegato su un pastrocchio. Una mezza riforma che, non potendo abolire, accorpa in modo goffo svuotando ulteriormente un ente già con poche competenze. Svuotandolo di mansioni (quindi di personale) e anche di risorse, il risultato è: non posso eliminarti perché i partiti non permettono la via costituzionale? Allora ti faccio morire di fame.

In questo quadro la classe politica umbra poteva scegliere due strade. Quella coraggiosa del salto in avanti, anticipando i tempi (oggi non si può fare ma domani crediamo sia inevitabile) della regione senza province. Anche qualche esponente politico umbro di spicco la pensa così, anche se non lo dice pubblicamente. Come? Ripensando l’Umbria, integrando i servizi rimasti alla monoprovincia con quelli della regione per rendere meno traumatico il passaggio futuro, dando un segnale di coraggio e lungimiranza da uno degli avamposti del regionalismo negli anni ’70. Lo ha fatto per tempo la Toscana: predisponendosi alle macro province in anticipo (una accorperà Siena, Arezzo e Grosseto), ora si trova avvantaggiata, pur dovendo misurarsi con resistenze campanilistiche.

L’Umbria, invece, ha scelto di abbassare i terzini sulla linea di difesa, avventurandosi in un complicato ridisegno dei confini con il trasferimento ben 22 comuni dalla provincia di Perugia a Terni per rispettare i nuovi parametri. Servirà davvero e, soprattutto, è necessario? I dubbi non sono pochi. Innanzi tutto, la proposta elaborata dal Consiglio per autonomie locali dovrà in qualche modo essere accettata dai comuni: ci staranno folignati e spoletini (ma anche ciascuno dei 22 comuni) a passare con Terni? In che modo potranno esprimersi? E poi: c’è speranza che una tale proposta venga avallata? Ai microfoni di Umbria24, il ministro Patroni Griffi ha detto chiaramente che «i parametri dovevano essere rispettati a luglio 2012». L’ipotesi di ricreare una «nuova» provincia di Terni con altri confini – come permette la Costituzione – semmai sarà un passo futuro (il presidente del consiglio regionale Eros Brega ha già sollevato il dubbio in proposito).

AUDIO – Intervista a Filippo Patroni Griffi

L’obiezione principale dei sostenitori delle due province è che verranno tagliati servizi fondamentali come prefettura, questura, comandi provinciali (ad esempio carabinieri e vigili del fuoco). Sempre ai nostri microfoni, il ministro ha detto: «nella tradizione amministrativa italiana c’è sempre stata una certa corrispondenza tra amministrazione periferica dello Stato e della Provincia, questa non è come dire una regola costituzionale, cioè assoluta: l’esempio tipico è dato dai presidi di sicurezza sul territorio, che la stessa legge sul riordino delle Province consente di dislocare anche in città che non siano capoluogo di Provincia». Sull’interpretazione secondo cui non c’è pericolo per questura e altri presidi, l’assessore regionale Gianluca Rossi ha argomentato su Umbria24 il suo disaccordo. Francamente, pare assurdo che si lasci la città in balia alla criminalità qualora sparisca la provincia.

La materia di discussione deve essere, infatti, questa. Cosa succede davvero se si abolisce la provincia? A nostro avviso – ma rispettiamo tutti i punti di vista e siamo ben disposti a riportarli – abolendo la provincia si abolisce un ente con competenze residuali, che per la nuova normativa non sarà neppure elettivo e rischia di andare a sovrapporsi alle unioni obbligatorie dei comuni (Foligno, Spoleto e la Valnerina hanno già avviato il percorso), funzionali alla razionalizzazione dei servizi. Le difese campanilistiche hanno poco senso: cosa cambia a un cittadino ternano se il dirigente della viabilità è a Perugia o a Terni? Secondo quanto risulta dal nostro sondaggio (si può votare in basso a destra sulla nostra Home Page), senza pretese di rappresentazione eccessive per carità, gran parte della gente ha un’idea chiara: le province vanno abolite tutte, i poteri rimanenti assegnati alla regione. Pensare alla «nuova Umbria», quella di domani, come ha detto Catiuscia Marini, non a quella del 1870.

Questo contenuto è libero e gratuito per tutti ma è stato realizzato anche grazie al contributo di chi ci ha sostenuti perché crede in una informazione accurata al servizio della nostra comunità. Se puoi fai la tua parte. Sostienici

Accettiamo pagamenti tramite carta di credito o Bonifico SEPA. Per donare inserisci l’importo, clicca il bottone Dona, scegli una modalità di pagamento e completa la procedura fornendo i dati richiesti.

One reply on “Difesa delle Province: battaglia di retroguardia della classe dirigente”

  1. Se le deleghe gestite attualmente dalle province saranno “assorbite” in toto dalle regioni, ben venga l’abolizione da lei auspicata, caro Porfiri. Ma se queste deleghe, come penso, in gran parte saranno conferite alle unioni speciali dei comuni, non torneremo al 1870 bensì al 1300…

Comments are closed.