di Daniele Bovi
Una crescita esponenziale, sia in termini di offerta che di domanda, anche se difficile da quantificare nelle sue reali dimensioni a causa della scarsità di dati ufficiali a disposizione. Un fenomeno da tempo messo nel mirino di albergatori e altri proprietari di strutture turistiche e sul quale anche la Regione Umbria vuole mettere le mani. Il fenomeno in questione è quello di Airbnb e degli altri portali (come Wimdu) attraverso i quali chi può affitta stanze o intere case a un numero di utenti sempre più grande. E i vantaggi sono per (quasi) tutti: per i viaggiatori il più importante è quello del risparmio rispetto ad altre strutture, mentre per gli «host», cioè per i proprietari, si tratta di un’importante fonte di guadagno, tanto che ormai in moltissimi hanno deciso di costruire un pezzo del proprio reddito mettendo in affitto stanze o intere case. Senza dimenticare l’indotto, ovvero chi ha trovato un posto di lavoro (più o meno legale) grazie alla gestione delle case (pulizie, giardinaggio e così via).
I numeri Secondo i dati forniti a Umbria24 da Airbnb Italia attualmente sul sito ci sono seimila «listing», cioè seimila annunci, che riguardano l’Umbria con una crescita dei visitatori del 126 per cento. Una regione dove, secondo gli ultimi dati Istat a disposizione, ci sono 88 mila posti letto, 59 mila negli esercizi extra-alberghieri e 29 mila negli alberghi. Facendo un’ipotesi minima (un posto letto per ogni annuncio), l’offerta turistica della regione si sarebbe allargata grazie a Airbnb di un 7 per cento circa. Una percentuale però che nella realtà è ben più alta, dato che in generale ogni annuncio mette a disposizione almeno due posti letto, fino ad arrivare alle grandi case in città o in campagna da 6, 8 o 10 posti letto. Sempre secondo i numeri forniti dal portale, da quando è sbarcato in Italia (2012) circa 14 mila persone hanno soggiornato a Perugia in alloggi Airbnb; un numero più che raddoppiato nell’ultimo anno in una città, Perugia, dove i picchi di prenotazione si registrano soprattutto d’estate: nel 2015 ce n’è stato uno l’8 luglio (in occasione di Umbria Jazz) e un altro il 29 marzo.
La battaglia Un’associazione come Federalberghi da tempo dà battaglia e venerdì, a Perugia, presenterà un’indagine dettagliata (realizzata da Incipit Consulting) sul «sommerso turistico in Umbria»: «È sharing economy o shadow economy?» si chiede Federalberghi che pone problemi come quelli «della sicurezza sociale, dell’evasione fiscale e del lavoro nero». Insomma, il messaggio è chiaro: secondo Federalberghi e altre associazioni gli affitti brevi si sono trasformati in una forma di concorrenza sleale: un’accusa scagliata contro i portali dagli albergatori di mezzo mondo, da New York fino alle colline o alle città d’arte umbre. In generale le questioni che solleva un fenomeno di queste dimensioni sono moltissime. Come accennato, non è chiaro al momento quante persone siano arrivate in Umbria grazie alle piattaforme come Airbnb, dato che in generale non c’è un obbligo di registrare gli ospiti e notificare i loro arrivi alla questura.
Turisti ‘fantasma’ e tasse Quindi, c’è una fetta di turisti ‘fantasma’ che sfugge alle statistiche ufficiali. In più c’è il problema delle tasse in un quadro dove la sharing economy nella maggior parte delle zone non è ancora normata: l’imposta di soggiorno infatti in generale non viene pagata dagli ospiti mentre per quanto riguarda il fisco Airbnb (che guadagna sulle transazioni trattenendo una percentuale dal 6 al 12 per cento ai viaggiatori e del 3 per cento ai padroni di casa) si limita a invitare i suoi utenti a rispettare le norme in vigore nel paese di residenza. Trattandosi poi di locazione turistica, sotto i 30 giorni non c’è obbligo di applicare la cedolare secca e quindi il locatario non è tenuto a pagare altre tasse.
Cambiano le regole? Uno scenario che in Umbria è destinato a cambiare, almeno secondo le informazioni raccolte dal nostro giornale. Una delle prime regioni a muoversi su questo fronte è stata la Lombardia che ha deciso un giro di vite approvando, a settembre, nuove regole che riguardano il settore turistico: l’home sharing non sarà considerato un’attività professionale ma gli host dovranno registrare gli utenti, notificare gli arrivi in questura e riscuotere la tassa di soggiorno, da versare poi ai Comuni, rispettare standard in materia di igiene, abitabilità e fasce di prezzo. Chi affitta poi dovrà farlo in modo occasionale e non continuativo. A palazzo Donini, sede della giunta regionale, il dossier è sul tavolo e nell’ambito di una revisione del testo unico del turismo l’idea è quella di cercare di far emergere per quanto possibile il sommerso, arrivando a inquadrare l’home sharing attraverso norme più precise in grado di far diventare la zona grigia sempre meno grigia.
Twitter @DanieleBovi
