Il presidente della Confcommercio di Perugia Giorgio Mencaroni con il direttore Vasco Gargaglia

di Ivano Porfiri

«Il turismo vive una crisi profonda da 2-3 anni ma avete mai sentito parlare di una manovra economica per il turismo? Poi, a parole, si dice che è la seconda industria dell’Umbria, ma nel bilancio regionale raccoglie pochissime risorse. Dobbiamo svegliare i nostri politici». E’ un Giorgio Mencaroni come di consueto schietto e non banale quello che oggi ha presentato il Rapporto annuale Confcommercio. Un’indagine del Centro studi dell’associazione che, intervistando 200 imprese, scandaglia le impressioni e le aspettative dei settori commercio e turismo. E se il commercio fa registrare segnali di ripresa, seppur in difficoltà, il turismo secondo Mencaroni «è in crisi profonda e occorre fare qualcosa, passare dalla parole ai fatti».

Turismo: basta disperdere le risorse Dall’indagine emerge come il 57% degli intervistati ritenga che il principale problema del settore sia il fatto che l’Umbria disperda le risorse destinate alla promozione turistica. A seguire, per il 41% sono troppo pochi i grandi eventi che portano i turisti e per il 28% che l’Umbria è isolata. Mencaroni ha evidenziato come «qualcosa si stia muovendo nell’ambito del Alleanza per il turismo perché le altre categorie si stanno accorgendo che il turismo porta sviluppo a tutti e anche la Regione sostiene di voler agire. Però quando siamo al tavolo generale questi discorsi si fanno, poi ognuno chiede per sé e non si ottiene nulla. E’ ora che dalle parole si passi ai fatti».

Tre proposte concrete Mencaroni, anche nella veste di presidente della Camera di commercio di Perugia, ha messo sul piatto 3 proposte concrete. «Primo, avviare il tanto agognato “progetto di comunicazione”: sembra che i soldi si siano trovati e bisogna partire. Intanto come Camera di commercio il 20 vareremo una campagna di uscite quotidiane sui maggiori siti web nazionali perché, sia chiaro, se il sistema non mette in atto un progetto di comunicazione seria ce lo facciamo da soli». Il secondo punto è «creare un “Marchio Umbria” serio perché finora si va è andati fuori come imprese o come territori non portando nulla alla collettività regionale. Ad esempio, siccome godono di concessioni regionali, io obbligherei chiunque imbottiglia acqua umbra a mettere in etichetta “Acque Umbria” o marchiare i tartufi con “Umbria terra del tartufo”». Infine individuare alcuni Paesi e prodotti target perché «non è più possibile che uno si alza la mattina e decida di andare in Cile o in Sudafrica senza un progetto specifico: basta disperdere forze e risorse». Il sunto è che la promozione dovrebbe seguire un «fil rouge» e, per Mencaroni, andrebbe rivista anche frammentazione nell’organizzazione degli eventi: «Tante sagre dello stesso prodotto – ha detto – a che servono? Cosa portano: voti al sindaco? Soldi al sociale? Mi sta bene, allora si dica. Invece si dovrebbe agire insieme, concertare gli eventi, distribuirli e promuoverli perché possano portare ricchezza a tutti».

Commercio: segnali di vitalità Quanto al commercio, invece, il presidente della Confcommercio invita all’ottimismo. «Seppur veniamo da 2 anni molto negativi, le imprese cominciano a dare segni di vitalità, anche se la luce oltre il tunnel si intravede con grande difficoltà». Il 39% degli intervistati ha dichiarato di essere stato fortemente danneggiato dalla crisi, in crescita rispetto agli anni precedenti, però cresce chi dice di avere ancora margini di profitto: il 45% rispetto al 24% del 2009. «In sintesi – dice il rapporto – il 2010 è stato l’anno in cui quasi tutti hanno dovuto fare i conti con un sistema economico fermo e problematico, ma il 2010 sembrerebbe far intravedere cenni di risalita che tutti aspettano con ansia». Il problema principale, secondo le imprese intervistate, è lo scarso potere di acquisto e il basso reddito delle famiglie italiane: ben il 75% ha risposto così, seguito da chi dà la colpa a un sistema bancario poco elastico (21%) e alle tasse (17%). In calo anche chi dichiara un fatturato in calo, seppur sono il 42% (nel 2009 era il 57%). Si muove qualcosa anche sul fronte degli investimenti: il 55% ne ha fatti, di cui il 34% ha investito in ampliamenti o nuovi rami di azienda. «Questo significa – per Mencaroni – che gli imprenditori sanno diversificare, sanno reagire alle difficoltà puntando sulla customer satisfaction. C’è chi chiude, ma tanti aprono nuove attività».

Lavoro: meno stabili, più precari Segnali negativi vengono invece sul fronte occupazionale: calati del 6,2% gli inserimenti di personale stabile, mentre crescono dell’11,5% i precari. «Si fa di necessità virtù – spiega Mencaroni – del resto la crisi ha scottato i commercianti che preferiscono tutelarsi». Un ultimo dato sottolineato dal presidente dell’associazione è che «solo il 5% degli intervistati si aspetta aiuti pubblici: i nostri imprenditori sono abituati a fare con le proprie forze, ma io dico invece alla politica che deve svegliarsi, sostenere chi crea sviluppo e dà lavoro».

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