di M.R.
Tanto tuonò che piovve. Le continue raccomandazioni dei sindacati affinché tra acciaieria e Tct si trovasse un accordo, erano sì prioritariamente espresse a tutela dei 50 lavoratori coinvolti, ma una intesa tra le parti era auspicata anche al fine di evitare spiacevoli conseguenze sul regolare svolgimento delle attività del Tubificio, che non a caso si stanno puntualmente verificando. Secondo quanto si apprende, pur non essendo stata aperta cassa integrazione per il sito di Maratta, quello stabilimento starebbe già da settimane lavorando ben al di sotto delle capacità produttive.
Tct-Tubificio Con la chiusura di Tct e l’assenza di un sufficiente numero di macchine da taglio installate dalla proprietà Arvedi, rallentano sensibilmente i tempi di consegna al cliente per necessità di rivolgersi a centri di taglio fuori regione se non addirittura fuori Italia: il cortocircuito potrebbe rivelarsi un vero e proprio boomerang commerciale. In questo senso non può essere un caso che aumenti nel frattempo il lavoro delle aziende di Gino Timpani (che ha deciso di chiudere Tct per insostenibilità economica dell’attività nei rapporti con Ast). L’imprenditore ternano, sta procedendo a riassorbire i dipendenti Tct (non più di 10 in totale per ora) dentro altre società proprie, sfruttando i macchinari che ha a disposizione, ovvero quelli che non ha già autonomamente venduto. Chissà che, ironia della sorte, non stia direttamente sfilando commesse al cavaliere Arvedi.
Apicali sotto osservazione Ai vertici del Tubificio di Terni intanto non tira una bella aria. La direzione è nell’occhio del ciclone. L’imprenditore lombardo ha inviato tecnici e consulenti di fiducia da Cremona per valutare attentamente da vicino la situazione. I manager a capo della divisione scorporata da Ast sono come sorvegliati speciali. E intanto tra tubi da stoccare in attesa di taglio, quelli che rientrano in fabbrica per la spedizione e nuove macchine da installare (per un investimento che dovrebbe superare il milione), si prospetta per il Tubificio una questione spazi che a lungo andare potrebbe avere impatto anche sula sicurezza. Ad ogni modo, sin qui, pur in una situazione generalizzata di scarico produttivo registrato da Ast, per i lavoratori del Tubificio non è stata richiesta cassa integrazione, nonostante l’attività a singhiozzo. Per individuare tutte le soluzioni del caso, comunque, Arvedi si è rivolto a tecnici dell’Ilta inox della sua Cremona.
