Tk-Ast

di Marco Torricelli

Se è vero, ma il brutto è che sembra proprio che sia vero, quello che tedeschi e finlandesi hanno combinato – e magari quello che di altro bolle in pentola, con le operazioni planetarie in corso – rappresenta solo l’ennesima conferma di quanto l’Italia sia ormai considerata una piccola provincia dell’impero. Per capire, di conseguenza, il valore che viene assegnato a Terni basta fare qualche proporzione.

Interrogativi La domanda che ci si pone – una delle domande, per la verità – dopo la svolta clamorosa emersa nella notte tra venerdì e sabato è come sia stato possibile, se è stato possibile, che questa operazione sia stata condotta senza che nessuno ne fosse al corrente. E non solo, come hanno detto i sindacalisti ternani, «non ne sapevamo niente noi, ma non risulta che ne fossero al corrente tutti quei soggetti politici ed istituzionali, fino ai più alti livelli continentali, che in tutti questi mesi tenevano, o avevano fatto finta, tutto sotto controllo». Ma pare che anche negli uffici ternani di Ast – nella mattinata di sabato c’è stato un incontro con l’amministratore delegato, Marco Pucci – la notizia sia stata accolta con sorpresa.

LE REAZIONI DEL MONDO POLITICO-ISTITUZIONALE

Timori La novità di tornare sotto il controllo di ThyssenKrupp, insomma, inquieta, e molto, non certo e non solo per le modalità. Ma soprattutto perché si tratta di un’operazione che è in netta contraddizione con le scelte fatte dai tedeschi al momento di abbandonare le produzioni di acciai speciali (inossidabile e titanio, per dire) e con quanto sta ancora facendo in giro per il mondo: «Quello che vogliamo sapere – dicono i sindacati locali – e lo vogliamo sapere subito, è cosa voglia davvero fare ThyssenKrupp e, per questo, chiederemo che si organizzi al più presto un confronto diretto, senza intermediazioni di sorta (un messaggio chiaro, alla vigilia della visita del ministro Zanonato alle acciaierie, in programma per il 3 dicembre; ndr), qui a Terni con i vertici del gruppo».

Contraddizioni Perché una cosa che balza agli occhi, per cominciare, è che ThyssenKrupp, evidentemente ormai convinta che i finlandesi fossero praticamente alla canna del gas, ha rotto gli indugi e ‘ha fatto la spesa’, portandosi in casa le uniche due cose che avessero un qualche valore in prospettiva: gli impianti di Terni, quelli tedeschi della Vdm – che nel 2012 ha prodotto un fatturato di un miliardo e 300 milioni – e quattro centri di servizio. Mentre in giro per il pianeta sta vendendo tutto quello che può.

Alabama Solo pochi giorni fa, infatti, ThyssenKrupp ha annunciato la cessione dello stabilimento di Calvert, in Alabama (Usa) a una joint venture formata da ArcelorMittal, Nippon Steel e Sumitomo Metal Corporation, per 1,55 miliardi dollari. Quello americano, che Lakshmi Mittal, Ceo di ArcelorMittal ha definito «il più moderno impianto di finitura nel mondo, che completa idealmente le nostre attività esistenti negli Stati Uniti e nelle americhe», è in grado di sfornare 5,3 milioni di tonnellate di acciaio all’anno. E i tedeschi se lo sono venduto.

Brasile Come hanno provato a fare, inutilmente con l’impianto siderurgico brasiliano di Rio de Janeiro, che è invece stato fatto rientrare nel contratto di vendita stipulato per quello statunitense: i compratori, infatti, si sono impegnati a rifornirsi di 2 milioni di tonnellate di acciaio, per i prossimi sei anni, proprio dallo stabilimento con sede in Brasile.

I sindacati Straniti e pure parecchio. I sindacali ternani mettono in chiaro che «ripercorrendo la storia degli ultimi due anni e mezzo (la decisione di ThyssenKrupp di scorporare e poi cedere il comparto inox risale a maggio del 2011; ndr), appare evidente come la gestione politica – a tutti i livelli – sia stata quanto meno carente e che i segnali di allarme che abbbiamo lanciato a più riprese; spesso ricevendo messaggi di fumoso ottimismo, quando non di evidente fastidio; erano motivati. Ora – concludono – è arrivato il momento, per tutti di assumersi le proprie responsabilità»

Il personale Soprattutto perché il ‘sistema acciaierie’ garantisce l’occupazione a circa 4mila persone, oltre la metà delle quali – 2278 – direttamente in Ast ed un migliaio grazie al sistema degli appalti: 325 all’Ilserv e circa 700 nelle varie altre ditte impegnate. Alla Società delle fucine i lavoratori sono 210, all’Aspasiel 65 e al Tubificio 150. «Fino a marzo 2014, stando a quanto ci ha comunicato l’azienda – dicono i sindacati – le commesse ricevute garantiscono il lavoro a tutti». Poi non si sa.

La frase Anche perché, poi, c’è un passaggio, nel comunicato con il quale è stata annunciata l’operazione, che forse sarà bene non trascurare. La frase è questa «Inizialmente ThyssenKrupp svilupperà ulteriormente Ast e Vdm, prendendosi il tempo necessario per trovare una buona soluzione». Ecco, il ‘tempo necessario’ e, soprattutto, una ‘buona soluzione’. Per chi sarà buona non appare difficile ipotizzarlo.

Partita di giro La paura vera, insomma, è che  quella che è maturata non sia per niente un’operazione a valenza industriale, ma meramente economico-finanziaria: se Outokumpu saltava per aria i tedeschi rischiavano di veder evaporare il prestito miliardario che gli avevano fatto e, quindi, si sono presi qualche ‘gioiello di famiglia’. Se lo potrebbero tenere in casa per un po’ e poi piazzarlo di nuovo sul mercato. Mondiale, stavolta.

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