di M.T.

Il competitor gigante della Cina che con il suo modello industriale a ‘basse regole minaccia l’economia del mondo intero, sul fronte dell’acciaio incide fino al punto di determinare un immediato cambiamento del paradigma in Europa. Le cui ripercussioni arrivano fino all’acciaieria ternana. Stiamo dicendo, sostanzialmente, che la minaccia all’industria dell’acciaio non mette più in discussione l’industria della materia prima, ma l’intera filiera dei semilavorati. Significa che il blocco in conflitto, non è più soltanto l’acciaieria in sè, ma un settore industriale molto più ampio che non vuole più parlare alla commissione europea soltanto attraverso le rappresentanze politiche nazionali, ma direttamente.

Si potrebbe definire il caos perfetto, dove sembrano raggiunti tutti dallo stesso problema, ovvero la concorrenza percepita come sleale, ma che sostanzialmente colpisce ognuno in maniera diversa, nella stessa filiera. Chi è alla fine della ‘catena di montaggio’ denuncia: quando non passa l’acciaio passano le auto che arrivano sul nostro mercato a prezzi fino al 40% in meno.

La protesta annunciata da una rete europea di imprese dei semilavorati dell’acciaio introduce quindi questo elemento conflittuale di novità, in una crisi che da anni attraversa il settore: per la prima volta non sono solo i grandi produttori a muoversi, ma una filiera intermedia che prova a costruire un fronte comune oltre i confini nazionali. Lo “sciopero” di un’ora previsto il 28 aprile – con aziende tra Italia, Germania, Francia e Spagna – nasce da qui, da una pressione competitiva che non si scarica più soltanto sull’acciaio grezzo ma sui prodotti già trasformati, con prezzi che secondo gli operatori risultano inferiori fino al 40%.

«O si interviene velocemente proteggendo i nostri prodotti, o rischiamo di chiudere», dice al Corriere della Sera l’italiano Franco Felisa, capofila di Esn, Electromecanic sinergy network. «L’Europa sta innalzando i dazi sull’acciaio ma questo sta peggiorando la situazione di chi fa semilavorati come noi — spiega Felisa —. I cinesi non possono più mandarci l’acciaio e allora stanno portando direttamente i semilavorati a prezzi più bassi anche del 40%. I nostri stessi clienti europei stanno tagliando gli ordini per spostare le commesse sugli asiatici. Non possiamo resistere così a lungo».

Il punto, rispetto alle dinamiche già note, è proprio questo spostamento. Le misure europee adottate negli ultimi anni per contenere l’import di acciaio cinese – dai dazi alle clausole di salvaguardia – stanno producendo effetti indiretti sulla catena del valore. Se il materiale di base incontra più ostacoli all’ingresso, la competizione si trasferisce sui semilavorati, dove la regolazione è meno stringente. È qui che si colloca la mobilitazione di Esn, Electromecanic synergy network, che tenta di portare il tema a Bruxelles in una forma inedita, con un’azione coordinata tra imprese.

Per l’Umbria, e per Terni in particolare, questo passaggio non è secondario. L’acciaieria ternana rappresenta uno dei principali poli europei dell’acciaio inox e negli anni è stata al centro di una lunga stagione di vertenze, piani industriali, cambi di proprietà e investimenti legati anche alla transizione energetica.

Parliamo sostanzialmente di un cambio di prospettiva che può incidere anche su realtà come quella ternana, che lavorano su produzioni ad alto valore aggiunto ma inserite in una rete industriale più ampia, fatta di fornitori, trasformatori e clienti distribuiti in tutta Europa.

L’acciaieria di Terni non è soltanto un grande impianto produttivo. È un’infrastruttura economica che da oltre un secolo definisce il profilo industriale della città. Negli ultimi anni il dibattito si è concentrato soprattutto su tre direttrici: il costo dell’energia, decisivo per un’acciaieria elettrica; la transizione ambientale, con gli obiettivi europei di riduzione delle emissioni; e la collocazione del sito nelle strategie dei grandi gruppi internazionali. Temi già ampiamente trattati, che restano centrali ma che oggi si intrecciano con una variabile ulteriore: la competizione sui prezzi lungo la filiera.

Il segnale che arriva dalla mobilitazione europea è chiaro: la pressione asiatica non si ferma più all’export di acciaio grezzo ma si sposta verso prodotti già lavorati, più vicini al cliente finale. È un passaggio che riduce i margini delle imprese europee che operano nella trasformazione e che rischia di comprimere l’intero sistema, dai produttori ai trasformatori.

Per un polo come Terni questo significa confrontarsi con una concorrenza che non è solo quantitativa ma anche strategica. Il tema non è soltanto “quanto acciaio si produce”, ma dove si colloca ogni segmento della filiera e con quali margini economici. Se una parte crescente del valore viene intercettata fuori dall’Europa, il rischio è che anche i siti più avanzati si trovino a operare in condizioni meno favorevoli.

La scelta delle imprese di muoversi direttamente verso le istituzioni europee indica un altro elemento di novità. Finora il confronto si è sviluppato soprattutto tra governi nazionali e Commissione europea, con strumenti come dazi, quote e meccanismi di aggiustamento del carbonio alle frontiere. Oggi la richiesta si allarga: non solo protezione della materia prima, ma interventi sull’intera catena produttiva.

È un terreno complesso. Intervenire sui semilavorati significa toccare un equilibrio delicato tra tutela dell’industria europea e rispetto delle regole del commercio internazionale. Ma è proprio su questo punto che si giocherà una parte della partita nei prossimi mesi.

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