di Marco Torricelli
L’annuncio, il venerdì di Pasqua, aveva avuto l’effetto di un pugno nello stomaco. La Sangemini tagliava corto e – annunciando di aver avviato le procedure per accedere al concordato sui debiti – diceva, più o meno, che tra sei mesi gli storici stabilimenti umbri potrebbero trovarsi di fronte ad una strada senza ritorno.
Le intenzioni O si accetterà il piano aziendale che, in questi mesi, verrà rielaborato sulla base di quello già presentato e non particolarmente apprezzato – dai sindacati; ma nemmeno dai sindaci dei tre comuni dove hanno sede gli stabilimenti di Sangemini, Acquasparta, Montecastrilli e San Gemini; oltre che dalla Regione – o l’azienda potrebbe rivedere i propri progetti. Questo, in estrema sintesi, il significato delle comunicazioni fatte circolare dalla Sangemini venerdì scorso. Ed è stato il panico.
Il piano Il direttore commerciale e risorse umane di Sangemini, Stefano Gualdi, un mese fa, aveva detto che il piano aziendale prevedeva «un aumento dei volumi del marchio Sangemini, con lo sviluppo di Acqua Fabia nel nord Italia, rendendola un marchio nazionale». Poi aveva parlato di un «incremento dei volumi di vendita per il marchio Grazia, pari al 30-50% medio per il biennio 2013-‘14 e del 50% nel 2015, oltre all’incremento di volumi per i marchi Aura e Amerino». Garantendo che «non c’è alcuna volontà, di mettere in discussione i livelli occupazionali attualmente esistenti».
Fabia Il problema, anzi, uno dei problemi, è però legato alla volontà di Sangemini, «per rispondere in modo adeguato ai cambiamenti del mercato» Sangemini vuole imbottigliare – in uno stabilimento del nord, ma con il marchio Fabia – nonostante che «le concessioni di sfruttamento non prevedano nessuna ipotesi di produzione esterna», come hanno ricordato i sindaci. Tanto che Sangemini aveva promesso di «non procedere unilateralmente nel percorso presentato e aderisce ai tempi e ai modi proposti in assessorato al fine di condividere al meglio il piano di sviluppo con i soggetti coinvolti».
Le criticità I sindacati, sempre un mese fa, avevano genericamente parlato della necessità di un «approfondimento delle varie tematiche esposte, che necessitano di una attenzione molto marcata, ma la proposta di piano industriale illustrata dall’azienda contiene alcune criticità che valuteremo attentamente insieme a i lavoratori». Criticità che, adesso, hanno un nome: soldi. La Sangemini, in quel piano presentato, non ne avrebbe messi, puntando tutto sulla razionalizzazione dell’esistente.
La situazione Martedì mattina i sindacati hanno portato la questione all’attenzione del Prefetto di Terni, al quale chiedono di «convocare con la massima urgenza un incontro con tutte le istituzioni locali interessate dalle attività di Sangemini, perché quella che si prospetta è un’autentica emergenza sociale», soprattutto perché per giovedì è previsto il pronunciamento del Tribunale sulla richiesta di ‘concordato’ e dal quale dipende la possibilità del pagamento degli stipendi di marzo, altrimenti a rischio. Nel pomeriggio, invece, è previsto un incontro all’Associazione industriali. Perché il ‘concordato’ potrebbe mettere in discussione il pagamento della cassa integrazione ai lavoratori della Sangemini Fruit.
