di Marta Rosati
«Se vieni in Iraq con me ti faccio guadagnare in un anno quello che qui faresti in una vita». È una delle frasi che Ernesto Sabatini ricorda pronunciò il generale iracheno che, alla fine degli anni ’80, faceva il tour tra aziende inglesi, lombarde e l’acciaieria di viale Brin. Proprio per il sito siderurgico della città di San Valentino, passò il cosiddetto progetto Babilonia di Saddam Hussein. «Ci pensai un attimo poi mia moglie mi disse ‘lascia perdere’ e così ho salvato la pelle».
Il supercannone di Saddam Un disegno d’insieme, forse, ai vertici aziendali di allora, non era mai arrivato, ma tra una commessa evasa e un altro ordine da preparare, qualcuno ritenne fosse il caso di avvertire la Digos. Ufficialmente in acciaieria, per il governo di Bagdad, in cambio di cifre importantissime «il prezzo era tre volte il valore dei pezzi fabbricati», si stava contribuendo alla realizzazione di impianti petrolchimici. In verità, si scoprì dopo lo scandalo Bnl di Atlanta (la filiale statunitense accusata di aver erogato montagne di dollari in favore del dittatore), l’assassinio di uno scienziato canadese a Bruxelles e il sequestro di camion dall’Inghilterra in diverse zone d’Italia, che più industrie, tra le quali quella di Terni appunto, stavano lavorando a dei pezzi che, una volta assemblati, avrebbero restituito a Saddam un supercannone. «Credo si trattasse tecnicamente di un lanciamissili – commenta Sabatini -. Ho saputo che aveva una coda lunghissima. Per questa vicenda si mossero i servizi segreti di diversi Paesi, io stesso fui interrogato più volte in Tribunale. Mi era capitato di viaggiare con uno che vedevo alle spalle di Saddam nei video ufficiali e quando alcune notizie che avrebbero potuto ricondurre a me uscirono sulla stampa locale, dai piani alti dell’acciaieria, l’allora amministratore delegato era Lessini, mi suggerirono addirittura di passare la notte in fabbrica per precauzione. ma per noi di fatto – sottolinea -, si trattava della lavorazione di un componente chimico». L’omicidio legato all’intrigo internazionale bellico era quello di Bull, lo scienziato balistico che pare avesse progettato la potentissima arma in questione. Sabatini lo aveva incontrato qualche volta, avevano anche viaggiato assieme ma evidentemente non era tenuto a sapere di più, né a fare domande; il giorno in cui fu ucciso, il ternano ricevette una chiamata. Dall’altra parte, ringraziandolo della collaborazione, lo salutarono e gli dissero di leggere i giornali l’indomani’.
Terni Di sicuro, essendo nata alla fine del 1800 per la fabbricazione di materiale bellico, l’acciaieria di Terni aveva i numeri per contribuire al disegno distruttivo di Saddam, ma il Progetto Babilonia sfumò e comunque quella storia rappresenta solo una parte della lunga permanenza di Sabatini all’interno del sito siderurgico di viale Brin. Ernesto, oggi 75enne, ricorda con soddisfazione l’assunzione, senza alcuna raccomandazione, dopo una prova scritta e quattro colloqui, nonché il finto interessamento di un senatore socialista: «Avevo lavorato alla centrale di Galleto. Fu mio fratello a insistere perché presentassi domanda all’acciaieria, entrai alla fine di marzo del 1971. In poco tempo diventai capoturno in Meccanica e tre anni dopo ero responsabile di un reparto di nuovo allestimento, il centro Frese. Facevamo grandi getti per corpi pompa e turbine per centrali nucleari, avevamo tanti ordini e tre macchinari ma l’area da un lato era scoperta, mancava una parete di chiusura eppure si lavorava anche di notte, in pieno inverno. Quel reparto era chiamato anche centro Cina, perché eravamo tutti Comunisti».
L’acciaieria Sabatini alla fede politica tiene parecchio e non nasconde neppure una certa avversione per il cattolicesimo: «Un giorno arrivò la notizia della celebrazione della messa di Pasqua proprio lì, cominciarono ad allestire l’altare diversi giorni prima, feci il mio, disinteressato, poi lo stesso giorno del rito mi invitarono a restare in qualità di responsabile d’area ma non appena iniziata la messa del vescovo, visto che c’erano molti che si inginocchiavano, girai i tacchi e me ne andai riferendo che avevo lasciato il presule in buone mani». Del suo metodo ricorda l’empatia coi lavoratori: «Tra operai e impiegati ho gestito anche 70 persone, mai un problema; ‘coinvolgimento’ era la parola d’ordine e per nuovi lavori, tenevo i disegni esposti una settimana, dopo che mi ero già fatto un’idea mia, per sentire come tutti gli altri avrebbero voluto operare per fare al meglio nel rispetto dei tempi di consegna.E se notavo distanze tra chi doveva cooperare a braccetto, facevo il duro perché li vedevo ricompattarsi contro di me. Non importava l’inquadramento, per me erano tutti collaboratori e se c’è una cosa di cui posso sorridere oggi per il bene di Ast è il ritorno di Massimo Calderini in azienda. Mi è capitato anche di scontrarmi con lui quando era direttore di Sdf (Società delle fucine), ma nulla che abbia scalfito il rapporto di stima. Non solo le sue capacità professionali sono indiscusse, ma soprattutto è sempre stato ineccepibile il suo approccio al lavoro nelle relazioni con gli operai. Quello che va rimproverato alla direzione dell’acciaieria negli anni passati è la perdita di tante lavorazioni. Stampaggio, carpenteria, fonderia, condotte forzate, tutte ad alta professionalità, fino alla chiusura del Magnetico, sacrificate a vantaggio del mantenimento dei laminatoi. Ad ogni modo, spero nella buona gestione di Arvedi, sono sicuro che possa fare bene. Ho sentito parlare del ritorno del magnetico; mi basta alzare il telefono e sentire un amico, se non lo hanno chiamato probabilmente l’interesse non c’è realmente».
