Una linea di produzione di Ast

di Marco Torricelli

L’ideale sarebbe organizzare un pulmino. Si ottimizzerebbero tempi e costi, visto che tra rappresentanti di Regione, Provincia, Comune e sindacati, la delegazione che lunedì pomeriggio raggiungerà gli uffici del Ministero per lo sviluppo economico per parlare delle acciaierie, sarà un bel po’ numerosa. Ma, invece e come sempre, ognuno andrà per conto suo. E non solo per quanto riguarda i mezzi di locomozione.

Al Ministero Claudio De Vincenti, il sottosegretario confermato nel suo incarico, dovrà rendere noti i dettagli delle due offerte vincolanti – quella di Aperam-Marcegaglia-Arvedi e quella del fondo Apollo – ma anche di quella, non vincolante, dei cinesi di Tsingshan, fatte pervenire ad Outukumpu, che teoricamente avrebbe dovuto vendere l’Ast di Terni entro martedì prossimo, ma è ormai ovvio che quella scadenza sarà ampiamente disattesa.

La crisi Anche perché sulle acciaierie ternane si stanno addensando grossi, preoccupanti – e non si capisce bene quanto imprevisti, vista la tempistica con la quale le notizie sono state ufficializzate – nuvoloni. Outukumpu, infatti, ha fatto sapere che in vista ci sono le fermate – con tempi e modalità tutte da scoprire, ma in qualche caso lo stop potrebbe essere di settimane – praticamente di tutti gli impianti. Le motivazioni sono le solite, in questi casi: calo delle commesse e aumento dei costi delle materie prime. E le conseguenze pure: cassa integrazione per i lavoratori.

Il sindacato E con il sindacato che ha dato l’impressione di cadere dalle nuvole: la Rsu, infatti, dice che «non tollera che ciò emerga ufficialmente solo oggi dopo che in diversi incontri svolti a più livelli e con diversi soggetti venivano date rassicurazioni sui mantenimenti dei volumi produttivi», tanto che per martedì prossimo – giorno in cui si dovrebbero svolgere anche le assemblee nelle quale informare i lavoratori sull’incontro ministeriale di lunedì – è prevista una riunione con il management ternano «per approfondire tale situazione e per definire una corretta gestione del personale che sarà coinvolto nei momenti di fermo impianti».

La Basell Quella delle acciaierie, com’è noto, non è l’unica ‘pratica in sospeso’ tra quelle che riguardano la disastrata economia locale: in ballo c’è sempre la faccenda Basell, che deve ancora far sapere se vuole davvero vendere l’area ternana (qualcuno, forse maliziosamente, vorrebbe anche sapere se c’è davvero chi vuole comprarla, quell’area). E sulla vicenda è arrivata la presa di posizione di Rifondazione comunista, che denuncia come «la chiusura di Basell ha messo a nudo il vero volto della svendita del patrimonio industriale italiano, di cui hanno beneficiato, sulla pelle dei lavoratori e delle loro famiglie, avventurieri ed opportunisti di ogni tipo».

«Esproprio» E allora, visto che la multinazionale «sta di fatto tenendo sotto ricatto un intero territorio», ecco la richiesta di «espropriare la Basell», ipotesi peraltro fatta balenare anche nel corso di precedenti incontri istituzionali. «Non si tratta di sovvertire le regole, bensì di farle rispettare ed applicare – dice Rifondazione comunista – permettendo alla nostra comunità di riappropriarsi di ciò che le spetta di diritto e di difendere quel bene comune che si chiama lavoro»

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