Tabacco a Città di Castello

di Dan.Bo.

In Alto Tevere c’è preoccupazione in tutta la filiera del tabacco a causa dello spostamento della lavorazione del prodotto greggio, prospettato dalla Japan tobacco international a partire dalla prossima campagna produttiva, dalla Tti di Cerbara alla Deltafina di Bastia Umbra. La questione sarà al centro dell’assemblea che si terrà venerdì alle 9 nella sede dello stabilimento; un appuntamento al quale sono stati invitati tutti i sindaci del comprensorio, parlamentari, consiglieri regionali e comunali. A metà dicembre Jti ha annunciato l’acquisto, nel 2022, di ottomila tonnellate da Umbria e Veneto (le due regioni con le quote maggiori in Italia), mille in più rispetto all’anno precedente, e una nuova partnership commerciale con la Deltafina di Bastia, che andrebbe a sostituire quindi la coop Trasformatori tabacco Italia di Città di Castello.

I numeri Deltafina, che impiega oltre 200 dipendenti nello stabilimento di Ospedalicchio, fa parte del gruppo multinazionale Universal leaf tobacco company, leader mondiale nell’attività di trasformazione e vendita di tabacco che da più di 70 anni è attiva in Italia. Nella filiera altotiberina lavorano circa 2.500 persone, 300 delle quali assunti direttamente dalla Tti, e a causa delle scelte di Jti si teme l’effetto domino con conseguenze sul fronte occupazionale. I lavoratori chiedono quindi un «intervento immediato» alle istituzioni affinché «si facciano carico di tale situazione e trovino una soluzione per mantenere il processo produttivo nel Tti e di conseguenza preservate tutti i posti di lavoro».

Motivi economici La scelta della multinazionale sarebbe dettata da motivazioni essenzialmente economiche: «Tutti i lavoratori di questa filiera – spiegano i dipendenti in una nota – si sono sempre distinti per le loro capacità professionali negli ultimi dieci anni, senza ricevere mai una contestazione e raggiungendo dei livelli di sostenibilità ambientale e sociale altissimi, tant’è che siamo stati definiti come la “vetrina nel mondo” della multinazionale. Come risultato a oggi rischiamo di essere liquidati senza una reale e valida motivazione se non quella meramente economica, dimostrando che in realtà la tanto decantata qualità italiana, così come i temi ambientali, si scontrano, di fatto, con il mero guadagno che la multinazionale, evidentemente insegue».

Il futuro dei lavoratori Il timore è che venendo meno il momento della trasformazione non ci sia più la possibilità di garantire un redditto ai lavoratori per tutto l’anno: «Abbiamo sempre lavorato da novembre a giugno in stabilimento e da giugno a ottobre in campagna o presso i centri di cura, con la garanzia, così, di poter percepire uno stipendio tutto l’anno, utile per la sopravvivenza e la dignità nostra e delle nostre famiglie. Se chiude la trasformazione salta tutta l’organizzazione, verranno a mancare oltre 60 mila giornate di lavoro». Della questione si è parlato martedì in consiglio regionale dove, rispondendo a un’interrogazione della leghista Manuela Puletti, l’assessore all’Agricoltura Roberto Morroni ha spiegato che «particolare attenzione la stiamo dedicando a monitorare la fase di transizione dell’annunciato avvicendamento di Deltafina nelle fasi di produzione fino a oggi gestite da Tti, soprattutto rispetto ai possibili impatti sui livelli occupazionali. In questo contesto siamo pronti a mettere a disposizione ogni supporto per l’affiancamento a lavoratori e imprese in questa fase di passaggio».

Tavolo saltato Giovedì intanto a causa di un impegno imprevisto del sottosegretario alle Politiche agricole, Gian Marco Centinaio, è saltato il tavolo nazionale sul tabacco. Morroni ha auspicato «una rapida riconvocazione» ricordando che il tavolo nazionale è stato «istituito specificatamente per approfondire le criticità del settore tabacchicolo e per ricercare tutte le possibili soluzioni di livello istituzionale».

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