di Marta Rosati
Fu bersaglio della satira cittadina che all’epoca regalò esilaranti exploit; è ricordata ancora oggi come ‘la tagliatrice di teste’ mandata dai vertici della Thyssenkrupp a ‘riorganizzare’ la fabbrica e a nessuno sfugge la sua immagine di donna manager, con una bustina salva-documenti in plastica trasparente dove custodiva almeno cinque telefoni cellulari. Lucia Morselli, definita anche ‘lady d’acciaio’, ai tempi della vertenza 2014, era l’amministratore delegato di Acciai speciali Terni.
Tk-Ast Al suo arrivo, il sito siderurgico era destinato a perdere un forno; al termine del suo mandato in viale Brin, l’acciaieria contava circa 400 lavoratori in meno e buste paga più sgonfie per tutti. A distanza di sette anni, di quella stagione, a Umbria24 dice: «Mitica e a lieto fine, perché non ho licenziato nessuno».
Storie d’acciaio Che nessuno sia stato sulla carta costretto ad andarsene in effetti è vero ma è altrettanto innegabile che molti di coloro che scelsero l’incentivo all’esodo non lo fecero a cuor leggero, anzi forse nessuno di loro. Cosa sarebbe successo se nessuno avesse accettato la buonuscita? «Scenario improbabile soprattutto quando la platea è così ampia e la cifra è adeguata (addio alla fabbrica con circa 60mila euro netti Ndr)».
Vertenza Ast L’assalto al suo ufficio, il suo blitz tra gli operai, il presidio permanente all’esterno della fabbrica, con fuochi notturni e manifestazioni ricorrenti, il clima teso, il coinvolgimento costante di istituzioni e forze dell’ordine, i viaggi della speranza a Roma, Firenze, Assisi. Sono storie che abbiamo già raccontato, attraverso le testimonianze di molti. Stavolta a parlare è la numero uno di Acciaierie d’Italia (ex Ilva di Taranto) colei che, ai tempi della dura lotta sindacale per difendere Ast, sedeva ai piani alti di viale Brin. Come ha vissuto quella stagione così complessa? «Momenti bellissimi, con picchi emotivi importanti ma era necessario per ristabilire un nuovo rapporto con sindacati e autorità locali, un nuovo legame dell’azienda con la città».
Lucia Morselli Quando è stata invasa la palazzina della direzione ha avuto paura? «Quel giorno ho temuto per l’azienda, non è stata un’invasione cortese, ci sono stati dei danni e io mi preoccupavo delle conseguenze, nell’interesse della società c’era la ripartenza della produzione. Non potevo sopportare qualcosa che compromettesse questo obiettivo». E non ha mai temuto per la sua incolumità? «No, mai. E lo dimostra il fatto che scelsi io di andare tra i lavoratori alle una di notte in ottobre per parlare di persona, da sola, con loro». Cosa la spinse? Cosa c’era di così importante da dire? «L’azienda non era occupata ma c’era il blocco delle portinerie e presidi in strada. Mi sono chiesta ‘ma questi lavoratori contro chi stanno combattendo, da chi si stanno difendendo?’ Ho pensato che fossero contro di me ma anche che questo non aveva alcun senso perché eravamo tutti dalla stessa parte, far ripartire lo stabilimento era nell’interesse di tutti e allora era meglio che glielo andassi a dire. Non ero io il loro problema e volevo lo sapessero e di sicuro dovevo essere io a dirglielo».
Terni In generale quello di Morselli un ricordo positivo dei momenti vissuti a Terni. Se l’aspettava un periodo non solo così intenso ma anche molto prolungato di scioperi? «All’inizio è impossibile pianificare, non potevo aspettarmelo ma è stato un tempo per conoscersi, comprendersi e fare delle cose insieme. Le intese non si limitano al numero degli esuberi. La cosa positiva è che non abbiamo licenziato nessuno, chi ha ritenuto che fosse più conveniente per sé una somma in denaro subito, ha scelto liberamente di andarsene e chissà magari quella cifra ha risolto anche molte criticità familiari in diversi casi. L’incentivo all’esodo è un sistema molto potente. Nel contempo l’accordo sindacale siglato poi al ministero prevedeva molte cose importanti per il futuro della fabbrica».
La nuova proprietà Per venire all’attualità, come valuta l’operazione Arvedi? «Conosce l’inox, è un imprenditore molto solido, mi aspetto una cosa buona per Terni e di successo. Vedremo il piano industriale». E secondo lei Terni può stare dentro il piano nazionale della siderurgia assieme a Taranto e Piombino? «Sicuramente sì perché ha già un ruolo molto ben definito in Europa essendo un produttore di inox. Nel quadro nazionale può solo crescere e consolidarsi. E il fatto che presto sarà in mani italiane è un valore aggiunto e un vantaggio. Senza nulla togliere agli investitori stranieri, gli italiani conoscono meglio l’Italia». Da Terni a Taranto l’ingegner Siano. Se potesse sfilare qualcun altro, tra i manager, chi porterebbe? Calderini, Camiglieri, Menecali, Burelli? «Tutti, li porterei tutti. Sono ‘i miei ragazzi’. A parte Burelli che non ho avuto il piacere di conoscere». Dal punto di vista professionale l’avventura Terni cosa le ha lasciato? «Un approfondimento straordinario, la Thyssen è una grande scuola di siderurgia, ho imparato veramente quello che è essenziale sapere dello steel. Un’occasione unica, della quale ringrazio il gruppo tedesco».
