
di D.B.
Sono 70.714, in pratica il 20% della forza lavoro totale della regione, i precari che lavorano in Umbria con contratti atipici. Stanchi e esasperati, così come il resto dei loro «colleghi» italiani, si ritroveranno sabato a Roma in piazza per protestare. Una fotografia complessiva del mondo precario italiano è stata scattata dalla Cgia di Mestre, che sabato mattina ha diffuso i dati relativi al fenomeno. E tra le tante conseguenze della crisi economica deflagrata nel 2008, c’è anche quella di un consistente aumento del ricorso a lavoratori sempre più «atipici». In due anni infatti in Umbria i precari sono aumentati del 9,9%, segno di come la crisi economica, oltre che bruciare posti di lavoro, si nutra anche di bassi salari e altrettanto scarsi diritti.
A livello nazionale invece sono quattro milioni (precisamente 3.941.400) i lavoratori cosiddetti «atipici», in aumento del 4,4% rispetto al 2008 e perlopiù impiegati, secondo la Cgia, nei settori della ristorazione, degli alberghi e dei servizi pubblici e privati. Un altro dato preoccupante è quello che riguarda il livello di scolarizzazione: secondo gli artigiani mestrini infatti il 38% ha solo la licenza media. Tra gli under 35 il livello retributivo mensile netto è di 1.068 euro, il 25,3% in meno rispetto a quanto percepisce un lavoratore che svolge le stesse mansioni con un contratto a tempo indeterminato. A livello territoriale, è il Centro-Sud la macroarea che presenta la concentrazione di precari più elevata (56%). Il Mezzogiorno, tra le quattro ripartizioni geografiche, è l’area che ne registra di più in termini assoluti(1.336.329). Rispetto a una media nazionale del 17,2%, nel Meridione l’incidenza dei precari sul totale degli occupati è pari al 21,6%.
Bortolussi: serve la formazione Tra il 2008 e il 2010 gli «atipici» sono aumentati del 4%. Nel Nordest l’incremento è stato dell’8,3%, nel Nordovest addirittura dell’8,9%. A livello regionale la crisi economica ha fatto esplodere la loro presenza in particolar modo in Trentino (+20,7%) e in Emilia Romagna (+20,3%). Forte invece il calo registrato in tutte le regioni del Sud e in Veneto (-4,6%). A preoccupare è poi il basso livello di istruzione: «Questi precari con basso titolo di studio – afferma il segretario dell’organizzazione, Giuseppe Bortolussi – sono coloro che rischiano più degli altri di essere espulsi dal mercato del lavoro. Nella stragrande maggioranza dei casi svolgono mansioni molto pesanti da un punto di vista fisico e sono presenti soprattutto nel settore della cura alla persona, in quello alberghiero, in quello della ristorazione e nell’agricoltura. Per questo – aggiunge – ritengo che la formazione deve essere posta al centro di qualsiasi attività che abbia come obbiettivo la professionalizzazione di questi lavoratori».
Il boom di alberghi e ristoranti Il settore economico che presenta il tasso più elevato di precarietà è quello degli alberghi e dei ristoranti. L’incidenza percentuale dei precari sul totale degli occupati nel comparto si attesta al 35,5%. Seguono i servizi pubblici, sociali e alle persone (33,4%), e l’agricoltura (28,4%). In termini economici, i precari con una età compresa tra i 15 e i 34 anni, percepiscono una retribuzione mensile netta di 1.068 euro. Rispetto a un lavoratore che svolge le stesse mansioni, ma assunto con un contratto a tempo indeterminato, i giovani «atipici» prendono 282 euro in meno al mese (-25,3%). Tra gli over 35, invece, la retribuzione mensile media è pari a 1.325 euro, con un differenziale di 518 euro al mese (-38%).
