I lavoratori in attesa

di Marco Torricelli

Interlocutoria. Si dice così, di solito. La prima riunione ‘operativa’ – tra Norda, Sangemini e sindacati, nella sede ternana di Confindustria, dopo il ‘via libera’ ricevuto dal prefetto – si è conclusa con un «ci vediamo presto» e poco più.

Piano industriale Nessun dettaglio particolare in relazione al piano industriale che Norda deve predisporre, a parte qualche numero: si punterebbe ai 180 milioni di ‘pezzi’ – le bottiglie di acqua Sangemini, Amerino e Fabia da immettere sul mercato – per il 2014, con un incremento a 240 milioni nel 2015 e a 280 milioni nel 2016.

I soldi Oltre ai «15 milioni, 617mila e 323 euro»  previsti nei documenti inviati al tribunale per «la stipula della cessione dei complessi aziendali», il patron di Norda, Massimo Pessina, avrebbe parlato di altri 10 milioni di possibili investimenti.

Le banche Nella sede di Confindustria, infatti, ci sarebbe stata l’ennesima conferma, verbale, del fatto che quello di Norda è l’unico progetto gradito alle banche creditrici (non a Ge Capital, però, che lo ha detto con chiarezza) e ad Unicredit in particolare. Una parola, filtrata dalle segrete stanze nelle quali il vertice si svolgeva, la dice lunga: la parola è «bancato», Unicredit avrebbe cioè garantito i contanti per portare a termine l’operazione. Ma, appunto, di parola detta si tratta.

I sindacati Per il momento, è stata la replica dei sindacati, meglio fermarsi qui e «modulare i progetti, quanto meno per l’immediato, sulla base delle richieste che vengono dai lavoratori e cioè sulla permanenza al lavoro dell’intero organico». Risultato: si rivedono il 19 febbraio, sempre in Confindustria, magari con le idee un po’ più chiare.

Le ipotesi Quello che si prospetta è uno scenario di questo genere: Norda prende ‘in affitto il ramo d’azienda’, assume praticamente tutti i lavoratori della Sangemini Spa, ma potrebbe poi chiedere di fare ricorso a tutti gli ammortizzatori sociali disponibili, così di far marciare gli impianti con quegli organici che vengono definiti accettabili per una gestione sostenibile dell’azienda.

La Fruit Problema nel problema è quello relativo ai 23 dipendenti della Sangemini Fruit, che in cassa integrazione ci stanno già dal 2010 e non sanno ancora per quanto tempo potranno contarci: «Non vogliamo fare polemica con nessuno e men che meno con i colleghi della Sangemini Spa che, nei giorni scorsi, hanno voluto marcare la differenza tra loro e noi – dicono – ma speriamo che in tutto questo bailamme non ci si dimentichi di noi».

Gli arretrati Intanto perché, segnalano, «da sei mesi l’Inps non ci eroga le spettanze della ‘cassa’ (circa 800 euro al mese; ndr) e noi andiamo avanti con i risparmi, che iniziano a scarseggiare», ma chiedono anche di sapere «intanto fino a quando sarà in vigore il provvedimento che ci riguarda, perché non è chiaro nemmeno questo (la scadenza della ‘straordinaria’ dovrebbe essere a fine marzo; ndr), e cosa ci attende per il futuro». In realtà si starebbe pensando alla cassa integrazione ‘in deroga’, che potrebbe avere una durata da sei a dodici mesi.

Lotta tra poveri Quello che vogliono chiarire, però, è anche altro: «Nessuno di noi accetterebbe mai di rientrare al lavoro al posto di un dipendente della Sangemini Spa, alimentando una ‘guerra tra poveri’ che non vogliamo e che farebbe solo il gioco della controparte». A loro avviso, invece, «il passaggio di mano della proprietà potrebbe essere l’occasione per far ripartire la Fruit – nata anche con finanziamenti pubblici – e permetterci di tornare al nostro lavoro».