di Marco Torricelli
«Il milione e mezzo l’ho chiesto io e, ovviamente, non certo per me. Semplicemente si è ritenuto che l’offerta fatta pervenire fosse inadeguata, perché non si tiene conto delle ‘rimanenze’ che, a nostro avviso, possono essere giudicate di tale valore». Matteo Tamburini, dello studio Gnudi di Bologna – l’advisor che sta lavorando per cercare di disinnescare quella specie di bomba ad orologeria che si chiama Sangemini – telefona per rompere, solo per pochi minuti, il suo rigoroso e rispettabile riserbo professionale. Ma dice cose importanti.
La conferma Quindi, dottor Tamburini, lei mi conferma che il milione e mezzo in più è stato chiesto? «Sì, certamente, per i motivi che le dicevo». Insomma, l’avvocato Vincenzo Ussani d’Escobar; che, invece, scrive – ovviamente citando «l’articolo 8 della legge 47» (quello delle smentite; ndr) – per evidenziare «in maniera inequivocabile, che le circostanze riferite (in un articolo di Umbria24; ndr), con riferimento all’asserita richiesta da parte del socio di controllo della Sangemini di una ‘buona uscita’ del valore di 1,5 milioni di euro, sono del tutto infondate e non corrispondono assolutamente al vero»; ha ragione. Su una cosa. Non si tratta di una buonuscita.
Magazzino Perché il milione e mezzo in più, come adesso sappiamo ufficialmente, è stato effettivamente chiesto – inutile provare a conoscere da Tamburini, ça va sans dire, l’ammontare dell’offerta presentata dal pool composto da Unicredit, Norda e Tramite – ma sarebbe riferito al valore delle merci e delle materie prime presenti nei magazzini di Sangemini. Chi vuole subentrare, dice l’esperto, non avrebbe contabilizzato questo valore: «E i soci, che in Sangemini hanno rimesso dei bei soldi, credo abbiano il diritto di chiedere il giusto».
Le ricadute Ma Tamburini, che non intende sbilanciarsi in nessun pronostico, dice altro, di interessante: «I soci (si riferisce all’attuale proprietà della Sangemini; ndr), dall’accordo che è stato proposto non trarrebbero alcun beneficio personale». Che ovviamente può essere interpretato nei modi più disparati. Ma anche che «non è bello cercare di scaricare le responsabilità, in una storia che vede coinvolti oltre 130 lavoratori, su una sola parte». Magari la controparte potrebbe spiegare, ma anche in quei paraggi si sta in silenzio.
Fallimento Mentre l’avvocato Vincenzo Ussani d’Escobar rivela che «il socio di controllo del gruppo Sangemini si è adoperato e si adopera alacremente al fine di individuare quanto prima la strada da percorrere, in primis, per scongiurare il fallimento della società e salvaguardare i livelli occupazionali, e in secondo luogo per evitare la dispersione del valore di marchi storici come Sangemini e Fabia». Che, va detto, è sempre un bel sentire. O, meglio, leggere.
Il tempo Ma qui è opportuno tornare a Matteo Tamburini, perché il professionista bolognese, mentre conferma che «tutti i soggetti in campo stanno lavorando per trovare una soluzione soddisfacente», dice anche una cosa tristemente vera: «Il tempo a disposizione è poco e non se ne può perdere neanche un po’, perché in ballo ci sono, sì, interessi economici, ma soprattutto posti di lavoro». Che farà contenti i sindacati e i lavoratori, visto che hanno chiesto un incontro urgente alla proprietà, proprio per sapere che aria tira. E aspettano una risposta. Mentre il timer collegato alla bomba continua a fare ‘tic tac’.
