Il governo inizia a occuparsi ufficialmente della situazione della Perugina. Il ministero dello Sviluppo economico aprirà un tavolo di concertazione con Nestlè, istituzioni locali, sindacati e lavoratori sulle prospettive produttive e occupazionali della Perugina. Ad annunciarlo il viceministro Claudio De Vincenti che, alla Camera, che ha risposto alle interpellanze sullo stabilimento di San Sisto presentate dalle deputate Adriana Galgano (Sc) e Tiziana Ciprini (M5S).
Vertenza Perugina L’allarme sulla situazione dello stabilimento umbro è iniziato subito dopo la firma del contratto di solidarietà, lo scorso anno. Da quel momento i sindacati hanno lamentato una mancanza di chiarezza sul piano industriale della multinazionale per il sito. Di recente, poi, l’annuncio dei volumi produttivi, per la prima volta sotto le 25 mila tonnellate annue per il 2015.
Galgano soddisfatta «Quello ottenuto è un risultato importante per la città di Perugia e per tutta l’Umbria – commenta Galgano – frutto di una battaglia che Scelta Civica sta portando avanti da tempo, in Parlamento, a tutela di alcune delle principali realtà produttive della nostra regione, vedi Ast, Sgl Carbon e ora la Perugina. In particolare – continua – nel caso dello stabilimento di San Sisto entrano in gioco anche una serie di componenti che vanno oltre la vertenza pura e semplice e che attengono all’identità stessa di Perugia che, non a caso, è conosciuta come la città del Bacio. La Perugina rappresenta, inoltre, un pezzo pregiato del Made in Italy che esporta in 55 Paesi con circa 300 milioni di prodotti venduti ogni anno. Come rimarcato dal viceministro De Vincenti – evidenzia la deputata di Scelta Civica – è un’eccellenza e impiega mille dipendenti configurandosi, anche, come una delle aziende più importanti del capoluogo umbro dal punto di vista occupazionale».
Situazione umbra Galgano ha sollecito l’attenzione del Mise sull’Umbria «perché – ha detto – nella mia regione ci sono 163 vertenze aperte e, negli ultimi due anni, sono fallite 481 imprese con la perdita di 4.745 posti di lavoro. La situazione della nostra regione è critica e le vertenze di Ast e Perugina, da sole, coinvolgono ben 6mila addetti. Rilevo anche che abbiamo tante altre vertenze aperte in tutta Italia ed è ora di interrogarci e dare risposte sul ‘fuggi fuggi’ di aziende nazionali e multinazionali, di tutte dimensioni. Certamente tra le principali cause c’è la complicazione del sistema normativo, che riguarda le imprese, che ha raggiunto livelli siderali – fa notare la deputata di SC – con leggi spesso più restrittive, e a volte addirittura insensate, che nel resto d’Europa che rendono chi fa impresa nel nostro Paese meno competitivo. Chiediamo, quindi, al Ministero di avviare una grande opera di semplificazione – chiude Galgano – perché quello che gli imprenditori ci chiedono sono certezze e velocità nei processi ed è in questo senso che dobbiamo muoverci rapidamente».
M5s: «Non ci tranquillizza» «Il fatto che lo stabilimento della Perugina di San Sisto sia all’attenzione del Mise e che questo avvierà un confronto con la proprietà non ci tranquillizza affatto – affermano i deputati M5s -. La situazione prevista già per il 2015 è critica, per cui serve una risposta pronta e netta. E’ necessario realizzare un piano industriale condiviso da tutti gli attori che abbia come obiettivi prioritari la salvaguardia dei livelli occupazionali e il potenziamento produttivo dello stabilimento perugino. Le previsioni per l’anno 2015 dei volumi produttivi saranno ulteriormente in calo rispetto all’anno precedente. Una contrazione al di sotto delle 25 mila tonnellate che non ha precedenti nella storia. La fabbrica subirà un forte calo di lavoro e serpeggia il timore che nelle prossime settimane si assisterà allo smantellamento di qualche impianto “storico” della fabbrica, con il rischio certificato di eliminare qualsiasi tentativo di rilancio per i prodotti. Al di là della congiuntura storica negativa, dobbiamo però sottolineare i mancati investimenti, la dismissione di produzioni, perché considerate troppo costose o fuori mercato, e il disinvestimento di marchi ‘storici’».
