di Chiara Fabrizi
La crescita delle assunzioni previste di lavoratori stranieri in Umbria ha pochi rivali. Sì, perché, stando all’analisi diffusa in queste ore dalla Cgia di Mestre, dal 2017 al 2025 le entrate di personale proveniente da altri paesi stimate dalle imprese con sede nella regione sono cresciute del 189,5 per cento.
L’impennata umbra è la terza più alta d’Italia, dietro soltanto a Basilicata (306,1 per cento) e Trentino Alto Adige (236,7), mentre la media italiana si attesta al 139,3 per cento e quella del Centro Italia a 141 per cento. In numeri assoluti significa che gli imprenditori attivi in Umbria nel 2017 contavano di inserire nelle proprie aziende 6.100 lavoratori stranieri, mentre nel 2025 la previsione è schizzata a 17.660. Al di là delle stime, comunque, i dati sui lavoratori effettivamente impiegati nelle imprese umbre nel corso del 2025 non sono ancora disponibili.
In ogni caso, l’analisi segnala come nel corso del 2024 gli extracomunitari con almeno una giornata di lavoro retribuita in un’azienda umbra siano stati 29.380, con un’incidenza sul totale dei lavoratori dipendenti umbri che si è attestata al 12,4 per cento, risultando perfettamente in linea con la media italiana, mentre al vertice ci sono Emilia Romagna e Toscana (entrambe al 17,4 per cento) seguite dalla Lombardia (16,6).
C’è poi il tema dell’iniziativa imprenditoriale degli stranieri, che è stata recentemente analizzata dalla Fondazione Leone Moressa, che il 18 febbraio ha rilasciato un aggiornamento. In particolare, a fine 2025 in Umbria gli imprenditori nati erano saliti a 11.732 (di cui 9.043 in provincia di Perugia e 2.689 in provincia di Terni), raggiungendo un’incidenza del 10 per cento: in altre parole un imprenditore su dieci della regione è straniero.
Il censimento degli immigrati che hanno avviato un’azienda in Umbria è particolarmente interessante se confrontato con la stessa rilevazione compiuta nel 2015, da cui emerge come nel territorio gli imprenditori stranieri siano cresciuti del 20,3 per cento, appena al di sotto della media italiana del 21,3 per cento, mentre nello stesso periodo di riferimento gli imprenditori nati in Italia sono diminuiti dell’8,2 per cento, perfettamente in linea col risultato nazionale. La crescita di imprenditori immigrati è marcata in provincia di Terni, dove il balzo dal 2015 al 2025 è del 35,6 per cento, mentre in provincia di Perugia è più contenuta, attestandosi comunque al 16,4 per cento.
Censite anche le imprese a conduzione straniera, perché non a ogni imprenditore straniero corrisponde un’azienda. Tant’è che a fine 2025 in Umbria il numero di imprese avviate da cittadini nati all’estero si attestava a 8.989, con un’incidenza sul tessuto economico e produttivo della regione dell’11,6 per cento, quindi anche maggiore rispetto alla rilevazione sui cittadini stranieri imprenditori. Pure la variazione del numero delle imprese a conduzione straniera è più rilevante: dal 2015 al 2025, infatti, queste realtà sono cresciute del 24,2 per cento, a fronte di una media italiana del 20,5 per cento.
In questo quadro, il Centro studi della Cgia di Mestre è tornato a sottolineare ciò che la demografia indica da tempo: «I dati mostrano chiaramente che il contributo degli stranieri è fondamentale per l’equilibrio anche produttivo e previdenziale del Paese, oltreché demografico. L’Italia sta invecchiando rapidamente e nascono sempre meno bambini, ciò significa meno persone in età da lavoro e più pensionati da sostenere, con gli stranieri che aiutano a colmare questo vuoto, ampliando la forza lavoro e rendendo più sostenibile il sistema economico e il welfare», è scritto nel report. Ergo: «Senza il loro apporto, il peso sulle generazioni attive sarebbe ancora maggiore».
Gli esperti, infine, evidenziano altri tre aspetti. Il primo è quello «dei settori produttivi, perché molti stranieri lavorano in ambiti dove scarseggia la manodopera italiana, ossia agricoltura, edilizia, logistica, assistenza domestica e cura degli anziani: in molte zone del Paese queste attività andrebbero in difficoltà senza di loro». L’altro tema, considerato «poco discusso» ha a che fare coi conti pubblici: la Cgia di Mestre ricorda che «i lavoratori stranieri pagano tasse e contributi come tutti, ma essendo mediamente più giovani usufruiscono meno di pensioni e prestazioni sanitarie, col risultato che il loro saldo è positivo, vale a dire che versano più di quanto ricevono, contribuendo a sostenere il sistema previdenziale, in termini di liquidità disponibile». Infine, «il tema dell’iniziativa economica, poiché continuano a crescere le imprese avviate da cittadini immigrati, che creano occupazione e aiutano a rivitalizzare quartieri e territori in difficoltà».
