di Daniele Bovi

Quattro imprenditori su dieci considerano probabile (15%) o altamente probabile (24%) la chiusura della propria azienda entro un anno. E’ uno dei risultati dell’indagine sulla crisi e sui fabbisogni formativi che Cna Umbria ha presentato venerdì. L’associazione regionale degli artigiani ha intervistato 500 piccole e medie imprese (oltre il 60% con un massimo di nove dipendenti) di molti settori e rappresentative di ogni zona del territorio umbro. Il quadro che ne viene fuori è a tinte assai fosche: «I dati – osserva Renato Cesca, presidente provinciale della Cna di Perugia – rispecchiano il momento di crisi che stiamo vivendo. Crisi dalla quale si esce con interventi ad ampio raggio. E ad oggi ancora in pochi abbiamo capito quali sono le misure che il governo intende adottare a favore dello sviluppo. Siamo fortemente preoccupati».

L’indagine I motivi di preoccupazione sono rappresentati dai numeri che scorrono sulle slide di Cna: oltre a quel 40% che intravvede un rischio chiusura, un 42% è convinto che la crisi debba ancora arrivare (il 52% ritiene sia all’apice, il 6% che sia passata). Una crisi dentro la quale largo è stato il ricorso alla cassa integrazione, usata nel 2011 dal 75% delle imprese (2.427 quelle coinvolte, 2.099 in deroga); nonostante questo però l’83,6% dichiara che non licenzierà nessuno, il 7,3% che lo ha già fatto e l’8,9% che forse lo farà. E così, scrutando l’orizzonte nuovi contratti, solo in un terzo dei casi a tempo indeterminato (il 35% apprendistato, il 30% tempo determinato) verranno firmati solo da 62 delle 500 pmi intervistate.

Assunzioni e innovazione Di queste assunzioni, 4 su 10 verranno fatte tra Perugia, Foligno e Spoleto. Tra Gubbio e Gualdo, area quantomeno difficile sul fronte occupazionale, una su dieci. Le pmi che assumeranno saranno quelle a più alto tasso di innovazione e specializzazione, al di là delle dimensioni: a «tirare», stando ai dati della Cna, è il settore dell’installazione impianti (energie rinnovabili e domotica) e meccanica di precisione. «Spesso – aggiunge Cesca – si tratta di realtà che operano sui mercati internazionali». Le figure più ricercate sono, nell’ordine, periti, programmatori di macchine a controllo numerico, commerciali, autisti ed addetti alla logistica, amministrativi, estetisti e parrucchieri, tornitori e saldatori, operai generici e, in fondo, maglieriste, cucitrici ed esperti di grafica.

Formazione addio I numeri confermano poi come il canale che porta alle assunzioni nella stragrande maggioranza dei casi (73%) è quello della conoscenza diretta. I centri per l’impiego vengono usati solo nel 7% delle assunzioni. Un dato che si spiega così: «Il contatto personale – dice Cesca – è quello più usato tra le piccole imprese. Per le medio-grandi la situazione è differente». Un altro dato, preoccupante, sul quale riflettere è quello che parla del vero e proprio «abbandono» del capitolo formazione: il 75% delle pmi nel futuro non ne prevede per i propri dipendenti (11% forse, 15% la farà; percentuali identiche per i titolari) e quella nel 2012 è stata prettamente quella «coatta», come nei casi dei corsi obbligatori sulla sicurezza. Non stupisce invece, in questo clima, che l’80% delle imprese giudichino scarsa o insufficiente l’attenzione della politica ai loro problemi. Le rischieste? Sempre le stesse: un’inversione di tendenza rapida in particolare sui capitoli relativi a pressione fiscale, troppo alta, credito, troppo scarso, e tempi di pagamento della PA, praticamente biblici.

Pressione fiscale al 65% «Per i piccoli – commenta Roberto Giannangeli, direttore provinciale Cna – la pressione fiscale ormai è arrivata al 65%: così non ci sono più margini neanche per assumere. Le nostre imprese in questo quadro resistono, ma vedono nero e dei problemi in pochi se ne stanno occupando. Andiamo verso una riduzione del manifatturiero, e una parte dell’occupazione persa può essere recuperata attraverso progetti di industrializzazione del turismo». Secondo la Cna non basta solo l’attenzione ai numeri delle presenze e per «industrializzazione» si intende «percorsi industriali per valorizzare, come fatto in Toscana, il turismo diversificato che c’è nelle nostre città». «Secondo me – dice Paolo Arceli, direttore di Cna Umbria – non abbiamo messo a sistema le eccellenze. Stiamo creando un’immagine della regione? Io dico che stiamo spendendo male nella promozione».

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