L’Umbria non perde nuove partite Iva, ma cambia profondamente il tipo di attività che nasce sul territorio. È la fotografia che emerge incrociando i dati dell’Osservatorio sulle partite Iva del dipartimento delle Finanze, relativi al primo trimestre del 2026 e rilanciati dal Sole 24 Ore, con la serie storica delle aperture registrate in regione.
A livello nazionale, tra gennaio e marzo di quest’anno sono state aperte 184.895 nuove partite Iva, il 2,2% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. Il dato più significativo, però, non riguarda tanto la diminuzione complessiva quanto la trasformazione della composizione delle nuove attività economiche.
Il commercio continua a perdere terreno. Soltanto il 12,3% delle nuove partite Iva aperte nel primo trimestre del 2026 riguarda attività commerciali, una quota che fino al 2021 non era mai scesa sotto il 20% e che ancora nel 2025 era al 16%. Il calo interessa sia il commercio al dettaglio sia quello all’ingrosso e coinvolge anche le vendite online.
A prendere il posto del commercio sono soprattutto i servizi. Le attività professionali si confermano il primo comparto per numero di nuove aperture, rappresentando il 19,3% del totale nazionale, mentre le attività per la salute e l’assistenza sociale raggiungono il 12,5%, diventando, insieme all’istruzione e alla formazione, l’unico settore in crescita significativa, con un incremento del 15% rispetto allo scorso anno.
Un’altra caratteristica che emerge dall’Osservatorio è il peso crescente del regime forfettario. Nel primo trimestre del 2026 sono stati oltre 104 mila i contribuenti che hanno scelto questa formula agevolata, pari al 75% delle nuove partite Iva aperte da persone fisiche. Un anno fa la quota era del 73,9%, mentre nell’intero 2025 si era attestata al 70,7%.
Anche l’Umbria si muove all’interno di queste tendenze nazionali, ma con caratteristiche proprie. Secondo i dati del dipartimento delle Finanze, nel 2025 in regione sono state aperte 6.748 nuove partite Iva, in lieve crescita rispetto alle 6.627 del 2024 e alle 6.518 del 2023. La provincia di Perugia ha concentrato la parte più consistente delle nuove iniziative economiche, con 5.032 aperture, mentre nella provincia di Terni le nuove partite Iva sono state 1.716.
I numeri mostrano quindi una sostanziale stabilità quantitativa, ma anche in Umbria la trasformazione riguarda soprattutto la natura delle attività che nascono. La regione presenta infatti una struttura produttiva caratterizzata da un elevato numero di microimprese, dalla forte presenza di piccoli comuni e da un tessuto economico nel quale il commercio di prossimità ha storicamente rappresentato una componente importante.
L’arretramento del commercio osservato a livello nazionale assume quindi in Umbria un significato particolare. Sempre più spesso le nuove aperture riguardano attività individuali a basso impiego di capitale, professioni, consulenze e servizi alla persona, comprese le attività legate alla salute e all’assistenza, mentre diminuisce il peso delle iniziative imprenditoriali tradizionalmente legate al negozio fisico e alla distribuzione commerciale.
Il fenomeno sembra inoltre intrecciarsi con alcune caratteristiche strutturali dell’economia regionale. Le più recenti elaborazioni economiche regionali,sulla base di dati di Banca d’Italia e di altri indicatori territoriali, evidenziano infatti livelli di reddito e capacità di risparmio inferiori alle medie del Centro Italia e del Paese. In questo contesto, il ricorso al lavoro autonomo e alle formule semplificate del regime forfettario appare sempre più spesso come una modalità di costruzione o integrazione del reddito piuttosto che come l’avvio di attività imprenditoriali di dimensioni più strutturate.
