di M.T.
Mentre a Roma si discute di fondi pensione per i neonati, molte famiglie umbre – come quelle italiane in generale – vivono una realtà ben più concreta: l’attesa per un posto al nido, l’aumento dei costi per beni essenziali, la difficoltà di conciliare cura e lavoro. In Umbria i numeri demografici non fanno che confermare l’urgenza della questione.
Negli ultimi anni la natalità nella nostra regione ha attraversato un calo drammatico: nel 2008 i nati erano oltre 8.200; nel 2024 si sono fermati a circa 4.725, con una contrazione superiore al 42 per cento. I dati provvisori del censimento per il 2023 parlano di 4.766 nuovi nati. E’ quanto certifica l’agenzia Umbria Ricerche. Nel 2023 il tasso di natalità regionale è sceso a 5,6 per mille, al di sotto della media nazionale. Sempre nello stesso anno, il numero medio di figli per donna è pari a 1,10: ben lontano dal livello di ricambio generazionale (pari a circa 2,1 figli per donna), secondo l’Istat.
In questo contesto, la proposta di introdurre un incentivo economico all’iscrizione dei neonati in forme di previdenza complementare – che preveda contributi pubblici da affiancare a versamenti familiari – assume un duplice valore: simbolico e di possibile stimolo al risparmio, ma anche controverso rispetto alla realtà quotidiana delle famiglie.
Se concepita come misura “pura”, senza obblighi di investimento da parte dei genitori, potrebbe rappresentare un aiuto più accessibile anche per nuclei con risorse limitate. Se invece fosse vincolata a un versamento minimo annuo dei genitori, rischierebbe di risultare utile solo a chi già dispone di una certa capacità di spesa. È una distinzione che può cambiare radicalmente il bilancio – non solo psicologico – di tante famiglie umbre.
Perché queste famiglie – specie nei comuni meno popolosi – si trovano già oggi a dover affrontare ostacoli reali: primo tra tutti la disponibilità negli asili nido. In Umbria la copertura dei nidi è relativamente alta rispetto ad altre regioni: circa il 43,7 % dei bambini che potrebbero accedere a un servizio di questo tipo lo fanno, un livello che posiziona l’Umbria tra le regioni con maggior diffusione del servizio. Il Pnrr ha inoltre previsto stanziamenti significativi per la prima infanzia nella regione: Perugia, ad esempio, è destinataria di circa 13,6 milioni di euro per asili nido e poli d’infanzia, con un’ampia quota di comuni umbri che già offrono tali servizi (71,2 % nel territorio di Perugia). Tuttavia, questi numeri mostrano anche un limite strutturale: non basta che i posti esistano, se le richieste superano le disponibilità e molte famiglie restano escluse. In molti contesti, le famiglie devono prima ottenere un posto al nido per pensare a orizzonti di lungo termine come un fondo previdenziale per i figli.
Se la misura proposta – che riconosca fin da subito un contributo statale alla nascita e versamenti annuali supplementari per alcuni anni – potesse essere accompagnata da politiche locali che garantiscano l’accesso ai servizi dell’infanzia, l’effetto potrebbe essere sinergico: stimolare la natalità, sostenere il risparmio e rendere meno gravosa la cura nel breve termine.
Ma resta un nodo cruciale: molte famiglie, specialmente nei piccoli comuni umbri, hanno redditi che già oggi sono erosi dalle spese quotidiane (alimenti, bollette, trasporti). Chiedere loro di impegnare una cifra minima – anche se modesta – per accedere al beneficio rischia di allargare il divario tra chi può e chi no.
