Le bandiere del sindacato sui cancelli della ex Merloni

«Non permetteremo nessun depauperamento della capacità produttiva del sito di Gaifana». Per questo motivo i lavoratori della ex Merloni stanno bloccando, come spiegano Cgil, Cisl e Uil in una nota, l’uscita dei macchinari dallo stabilimento. «Le segreterie provinciali di Perugia ed Ancona delle organizzazioni sindacali – dicono – denunciano una forte preoccupazione rispetto gli sviluppi della vertenza». «In una fase convulsa – continuano -, che dura ormai da troppi mesi, a seguito delle sentenze del Tribunale di Ancona che hanno visto le banche ottenere l’annullamento della vendita della Antonio Merloni alla J.P., congelando di fatto il piano industriale con cui Porcarelli ha potuto rilevare l’azienda, in attesa del ricorso in cassazione e con il governo latitante, si constata il pressoché totale blocco della attività industriale».

Stabilimento centrale È in questo quadro così che i lavoratori hanno deciso di non stare con le mani in mano e di impedire che i macchinari «vengano portati altrove o venduti anche rispetto agli impegni presi dalla stessa azienda». Così come sono importanti i livelli occupazionali infatti, la «continua vendita dei macchinari non è più tollerabile» e lo stabilimento «deve rimanere centrale nel piano industriale che ha permesso allo stesso Porcarellli l’acquisizione dell’azienda». In ballo c’è il futuro di 630 lavoratori che, data la scadenza della cassa integrazione fissata per il 12 ottobre, rischiano di perdere definitivamente il posto di lavoro. Per questo nei giorni scorsi i sindacati hanno chiesto con forza, entro quella data, un confronto «diretto e operativo» con il ministro allo Sviluppo economico Federica Guidi.

In ballo 630 persone Ad aggravare la situazione c’è il fatto che moltissimi lavoratori della ex Merloni sono in una fascia d’età (tra 48 e 50 anni) dove sarebbe molto difficile trovare un altro impiego. La speranza è quella di un accordo con le banche sul quale si starebbe lavorando mentre al momento i sindacati giudicano «un fantasma» l’accordo di programma da 35 milioni di euro. Sul punto nei giorni scorsi sono arrivate le sollecitazioni dei presidenti di Umbria e Marche, che hanno anche richiesto al governo di allungare i tempi e rimodulare le procedure, così da rendere l’accordo stesso realmente praticabile.

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