di D.B.
Non venduta bensì svenduta a un prezzo «notevolmente inferiore» rispetto a quello reale. A sostenerlo sono i giudici della Corte d’appello del tribunale di Ancona che lunedì hanno confermato l’annullamento della vendita della ex Antonio Merloni alla J&P Industries di Porcarelli. Una sentenza tecnicamente esecutiva (a questo punto è come se i commissari non avessero mai venduto la ex Merloni) che sta fortemente preoccupando i lavoratori, i sindacati e le istituzioni e nella quale si spiega chiaramente che l’azienda è stata ceduta dai commissari straordinari inviati dal ministero dello Sviluppo economico ad un prezzo «notevolmente inferiore» a quello reale: 12,2 milioni invece che 54. Tutto ciò, secondo i giudici, è stato possibile a causa della perizia «viziata» che «ha sopravvalutato la redditività negativa (badwill), calcolata non in riferimento ai due anni stabiliti per legge ma in quattro anni, con un conseguente deprezzamento dei beni oggetto di cessione».
ISTITUZIONI E SINDACATI CHIEDONO A RENZI UN INCONTRO
La sentenza Dopo il ricorso il tribunale di Ancona ha nominato un consulente tecnico il quale ha fatto una stima «quasi cinque volte superiore». Questa sopravvalutazione costituisce «un elemento di arbitrarietà» il quale ha finito per compromettere «il contemperamento di tutti gli interessi coinvolti», in questo caso quelli delle banche creditrici ovvero Mps, Unicredit, Banca Marche, Banca Popolare di Ancona, Cassa di risparmio di Fabriano, Banca Cr di Firenze, Veneto Banca e Banca dell’Adriatico, che vantano 170 milioni di crediti. Nelle pagine della sentenza il tribunale sottolinea anche che la valutazione di un’azienda va fatta seguendo «i criteri indicati dalla legge, pur potendo gli organi della procedura discostarsi dal prezzo di cessione così stabilito, che non costituisce un limite invalicabile». «La procedura di amministrazione straordinaria delle grandi imprese – è scritto ancora – non deve necessariamente concludersi con la cessione dell’azienda a qualsiasi prezzo».
L’emendamento Insomma, se quanto pattuito non è il valore giusto tutto il percorso deve virare verso il fallimento. I giudici infine chiudono anche la porta al cosiddetto emendamento Salva Merloni al decreto Destinazione Italia: «Non sembra possa avere sostanziali riflessi» quella che poi è diventata la legge interpretativa del 21 febbraio scorso. Una norma che legittima la vendita di aziende in esercizio nell’ambito del procedimento fallimentare, ma che in questo caso non avrebbe riflessi se risulta rispettato il criterio di prevalenza del ricavo, evitando che la misura del prezzo «venga intesa come limite inferiore inderogabile». Contro la sentenza scatterà il ricorso in Cassazione.
