©Fabrizio Troccoli

di Maurizio Troccoli

L’Energy Release 2.0, il meccanismo nazionale che consente alle imprese energivore di accedere a energia elettrica a prezzo calmierato in cambio di investimenti in nuova capacità da fonti rinnovabili, può avere un impatto diretto anche sull’economia dell’Umbria, regione che ospita alcune delle realtà industriali a più alta intensità energetica del Centro Italia.

Secondo quanto emerso a livello nazionale, sono già quasi 200 i contratti sottoscritti con il Gestore dei servizi energetici, pari a circa il 50 per cento dei 24 terawattora messi a disposizione, con un prezzo fissato a 65 euro per megawattora per tre anni. Il valore complessivo del beneficio stimato per il solo 2025 è pari a 1,16 miliardi di euro. Le imprese beneficiarie si impegnano a realizzare nuova capacità rinnovabile in misura almeno doppia rispetto all’energia anticipata, restituendo poi l’energia ricevuta nell’arco di vent’anni.

In Umbria il provvedimento interessa in modo particolare il polo siderurgico di Terni, con Acciai speciali Terni tra i principali siti energivori a livello nazionale, ma anche aziende della meccanica, della chimica, del cemento e della carta, settori che incidono in modo significativo sui consumi elettrici regionali. Si tratta di comparti che, secondo i dati ufficiali sui consumi industriali, rappresentano una quota rilevante della domanda di energia dell’Umbria e che negli ultimi anni hanno risentito in maniera marcata della volatilità dei prezzi. Accanto al polo siderurgico ternano, il meccanismo dell’Energy Release 2.0 può interessare anche altre realtà industriali umbre ad alto consumo di energia. In particolare il settore del cemento e dei materiali da costruzione, storicamente radicato in regione, con gruppi come Barbetti e Colacem, presenti soprattutto nell’area di Gubbio, rientra tra quelli potenzialmente coinvolgibili. Analogo discorso vale per alcune aziende della chimica e dei materiali avanzati insediate nel ternano, così come per il comparto cartario e della trasformazione industriale, che in Umbria mantiene stabilimenti di dimensioni medio-grandi e con fabbisogni energetici rilevanti. Per queste imprese l’accesso a energia a prezzo calmierato, legato a investimenti in nuova capacità rinnovabile, potrebbe rappresentare uno strumento di riequilibrio dei costi e al tempo stesso un incentivo concreto alla transizione energetica, in un contesto regionale che combina presenza industriale e disponibilità di aree idonee allo sviluppo di nuovi impianti green.

Il meccanismo prevede che i nuovi impianti siano realizzati entro 40 mesi dalla firma dei contratti, con una scadenza ultima fissata al 31 dicembre 2030. Questo significa che nei prossimi anni potrebbero attivarsi in Umbria cantieri legati a fotovoltaico, eolico o altre fonti rinnovabili, sia direttamente da parte delle imprese energivore sia attraverso soggetti aggregatori. A livello nazionale circa il 30 per cento dei contratti è stato sottoscritto in forma aggregata, modello che potrebbe risultare particolarmente adatto anche a un tessuto produttivo come quello umbro, caratterizzato da imprese di medie dimensioni.

Un altro elemento rilevante riguarda la restituzione ventennale dell’energia e la clausola di recupero del cosiddetto vantaggio residuo, introdotta su indicazione della Commissione europea per evitare sovraremunerazioni. Anche questo aspetto incide sulla sostenibilità di lungo periodo degli investimenti, chiamando le imprese a valutazioni industriali e finanziarie di ampia portata.

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