Uno degli striscioni degli operai esposto oggi a Perugia (foto Umbria24.it)

di Daniele Bovi

«Dopo 38 anni avete messo fine al nostro futuro». La rabbia e la paura si mischiano tra i quasi cento operai della Faber che per tutto il pomeriggio di mercoledì hanno presidiato la sede perugina di Confindustria dove, per lunghe ore, proprietà e sindacati (Maurizio Maurizi per la Fiom, Adolfo Pierotti per la Fim-Cisl e Umbro Conti per la Uilm-Uil) si sono confrontati. La novità che sembra emergere è quella relativa alla disponibilità dell’azienda a ragionare su tempi e modalità di chiusura, sull’uso degli ammortizzatori sociali e sul riassorbimento di alcuni operai nell’altro stabilimento di Sassoferrato. La chiusura però, al momento, sembra quindi l’ipotesi più probabile sul campo. Il 25 nuovo incontro, ma le prospettive sono nere.

Lo sciopero va avanti Maurizio Maurizi, segretario generale della Fiom Cgil di Perugia, ha definito l’incontro «interlocutorio». In ballo c’è il futuro di 190 lavoratori e delle loro famiglie. «L’azienda – prosegue Maurizi – si è comunque detta disponibile a ragionare sull’utilizzo degli ammortizzatori e su tempi e modalità della chiusura, nonché sul trasferimento di parte del personale a Sassoferrato (Ancona, ndr), nell’altro stabilimento italiano della Faber. Ma per noi – ha aggiunto Maurizi – la pregiudiziale resta il mantenimento dello stabilimento e degli attuali livelli occupazionali, per cui abbiamo deciso insieme alla rsu di proseguire lo sciopero e il presidio permanente davanti alla fabbrica». «In Umbria – dice invece il segretario provinciale del Prc Enrico Flamini – va riaperta la questione del lavoro mentre vedo che sui giornali la politica locale discute di listino. Ogni giorno una fabbrica chiude e questo è inaccettabile. Noi staremo coi lavoratori fino alla fine di questa vertenza».

Perché questa chiusura? A sostegno degli operai umbri giovedì i colleghi di Sassoferrato sciopereranno per otto ore mentre a Fabriano, dove si trova la sede amministrativa del gruppo Faber, gli operai daranno vita a una nuova manifestazione di protesta. La volontà di chiudere il sito umbro è stata comunicata giovedì. Un vero e proprio fulmine a ciel sereno che rischia di radere al suolo quel poco che rimane del tessuto industriale dell’Appennino umbro, già depresso e martoriato dalla crisi della Merloni. «Nel nostro stabilimento – spiega ai microfoni di Umbria24.it Adriana Bartoccioni, lavoratrice Faber e iscritta alla Fiom – si producono 520 mila cappe, e il calo previsto è di appena 20-30 mila. Ora i volumi che produciamo noi dovranno essere riassorbiti dagli altri stabilimenti. Lavoro, programmi e volumi ci sono, perché questa chiusura?».

Dai premi alla chiusura Nel 2011 il sito produttivo di Fossato di Vico ha anche vinto un premio come miglior stabilimento del gruppo Faber. «Ora, invece, ci dicono che chiudiamo» commenta pieno di amarezza un altro lavoratore. E così, mentre in Confindustria si discute, sotto va in scena la rabbia per un provvedimento che nessuno comprende. «E’ un comportamento – dice un operaio – viscido e schifoso, non c’è stato neanche un minimo di preavviso». Vola qualche uovo contro la sede degli industriali perugini, esplode un petardo e si urla a squarciagola «lavoro! lavoro!». «Bastardi – dice un altro – mi hanno tolto tutto e ora mi tolgono anche il lavoro». Le storie sono quelle che stando ormai da anni lastricando l’Umbria e il Paese intero di disperazione per il lavoro che non c’è più: «Io – dice una lavoratrice – devo pagare mutuo e bollette, come faccio? Ho 50 anni, che cosa vado a fare?».

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