di C.F.
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«Negli ultimi 15 anni persi 10 mila posti di lavoro». È un’emorragia occupazionale devastanti, seppur a tratti invisibile, quella che sta colpendo il comparto edile umbro, composto perlopiù da piccolissime aziende travolte dallo tsunami della crisi. A lanciare l’ennesimo grido d’allarme, chiedendo agli Enti locali di sbloccare gli interventi progettati e finanziati, guardando di più ai fondi europei, è il segretario regionale della Filca-Cils, Emanuele Petrini.«»

Piccolissime imprese morte in silenzio In un lungo documento il sindacalista fotografa la fase nera attraversata dal mondo imprenditoriale che ruota intorno alle costruzioni. «Le grandi vertenze – scrive – hanno risonanza, ma in questa regione il comparto è per il 90% composto da aziende con due o tre dipendenti di cui nessuno parla, nonostante le loro difficoltà stiano provocando un dramma sociale in un territorio che, ormai, sta perdendo l’intera filiera produttiva, dal marmo al legno, dai laterizi ai manufatti in cemento».

Persi 10 mila posti di lavori Tanto che le ultime rilevazioni della Cassa edile sono impietosi. «In Umbria abbiamo 8 mila lavoratori denunciati – prosegue Petrini – livello occupazionale registrato prima della ricostruzione del 1997 e che permettono di registrare una perdita di posti di lavoro che si aggira intorno ai 10 mila». Senza contare che chi un posto di lavoro ancora ce l’ha il più delle volte ha almeno tre mensilità arretrate, «ma restano perché, da un lato, credono nell’azienda e, dall’altro, un reimpiego è un’opzione impraticabile».

Cosa fare? Sicuramente un aiuto concreto potrebbe arrivare dal via libera a una serie di cantieri programmati dagli Enti locali, ma bloccati a causa del Patto di stabilità: «Anche piccoli interventi compiuti dai Comuni più virtuosi – afferma – rappresenterebbero una boccata d’ossigeno per il comparto». Ma il ragionamento di Petrini è di più ampi respiro. «Dobbiamo lavorare – dice – a una mappa condivisa per avviare la riqualificazione dei centri storici, legandola a doppia mandata alle potenzialità turistiche, procedere alla manutenzione delle scuole dei nostri figli, delle strutture sanitarie, ma soprattutto dovremmo guardare di più ai fondi europei per le infrastrutture che, oltre a ricadute occupazionali, attirerebbero investimenti».

Il richiamo alla istituzioni è forte: «Parte di questi problemi deriva anche dalla nostra classe politica priva della forza necessaria per compiere scelte giuste e poi dargli seguito, con la conseguenza che in una terra di pace come la nostra il rischio di una guerra tra poveri è sempre più concreta».

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