di Daniele Bovi
«In un momento di crisi come questo la parola d’ordine deve essere cambiamento, cambiamento, cambiamento». A dirlo è il professor Fabrizio Onida, docente di Economia internazionale all’Università Bocconi, che venerdì mattina è intervenuto a Perugia nel corso della decima Giornata dell’Economia organizzata dalla Camera di Commercio. Un intervento nel corso del quale Onida ha tracciato quella che è la sua ricetta in sette punti per tornare a crescere. Gli ingredienti, ammette lo stesso Onida, non sono nuovi ma possono rappresentare il volano per uscire da quella che molti inquadrano come la peggior crisi dal dopoguerra.
Terziario e R&S Di fronte a uno scenario che vede il tasso di crescita del Pil crollare da una media del +4% degli anni Settanta fino allo zero virgola degli anni Duemila, il professore bocconiano stimola le imprese a puntare innanzitutto sull’innesto di massicce dosi di terziario anche nel campo manifatturiero. Ossia, spiega Onida, anche chi si occupa di manifattura dovrebbe sviluppare temi come quello di una maggiore qualità percepita, dei marchi, del design e così via. Il secondo punto riguarda la necessità, specialmente per i privati, di investire maggiormente in ricerca e sviluppo. Terzo, occorre una diversificazione dei prodotti e dei mercati: «Per esportare – dice Onida – non basta solo andare “all’arrembaggio”, servono conoscenza e informazione».
Le dimensioni Uno dei problemi strutturali non solo dell’Umbria bensì del tessuto imprenditoriale italiano è poi quello della scarsa dimensione delle aziede. Un’Italia simile in questo caso ai cosiddetti Pigs insieme a Spagna, Grecia e Portogallo: «La piccola dimensione – continua Onida – comporta molti svantaggi a cominciare da un minor livello e tasso di crescita della produttività del lavoro, ai minori investimenti fissi per addetto, minor retribuzione per addetto e conseguente minor attrazione di forza lavoro qualificata. E ancora, nelle piccole imprese si investe meno in ICT, si ha minore propensione ad adottare tecnologie gestionali basate su codifiche e standard informativi, si fa meno ricerca e sviluppo, si ricercano meno innovazioni di prodotto e organizzative-gestionali e si ha minore capacità di intraprendere forme di internazionalizzazione più attiva della pura esportazione».
Capitale umano Il quinto ingrediente riguarda invece l’investimento in quel capitale umano «che è – spiega il professore – la nostra vera ricchezza, il nostro vantaggio competitivo invidiato dalle multinazionali che lavorano da noi. Penso all’addestramento, alla formazione, all’istruzione, agli incentivi e così via». Gli ultimi due punti sono centrati invece sul rapporto con le banche e sul tipo di management. Innanzitutto le imprese dovrebbero essere meno sottocapitalizzate, puntando più sul capitale proprio che sul debito bancario a breve «che nel medio-lungo periodo non aiuta». Oltre ad una maggiore trasparenza sui bilanci, le aziende umbre e italiane in generale si caratterizzano per la loro struttura proprietaria e manageriale familiare: in Italia sono il 66% contro il 25% della Francia, il 28% della Germania, il 10% dell’Inghilterra e il 35% della Spagna.
Superare la diffidenza «E’ importante – conclude Onida – superare la diffidenza verso l’apertura ad investitori esterni (fondi e capitali di altre imprese) e ad introdurre sistemi sempre più trasparenti di gestione, magari orientandosi meno alla conservazione delle competenze accumulate nella storia familiare e più alla conquista di nuove competenze nei settori a maggiore dinamismo tecnologico”.

