di M.R.

Come più volte accaduto, dalle parti di viale Brin, l’assenza di ufficialità su determinate informazioni, quasi mai si traduce in una smentita delle stesse. La dimostrazione più recente è quella dell’ormai annunciata fermata produttiva di inizio maggio. Già da giorni, prima che l’azienda comunicasse alle Rsu i dettagli dello stop, la cosiddetta ‘radio fabbrica’ aveva messo in circolo la voce. E a questo proposito non si può trascurare quella ‘sensazione’ che da qui a qualche tempo (c’è chi parla di settimane, chi di mesi, chi dell’anno prossimo) possano verificarsi importanti novità al vertice.

Arvedi-Ast Non è dato sapere cosa bolle ‘in siviera’ (per dirla alla metalmeccanica) ma da altri poli della siderurgia nazionale si dice sia crescente, in particolare da parte di ex apicali Ast, l’interesse per le vicende dell’acciaieria ternana. Chi si affaccia avrebbe peraltro un certo rapporto con il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, recentemente intervenuto a Terni per la campagna elettorale del candidato sindaco di centrodestra, Orlando Masselli. In quella occasione, l’esponente del governo Meloni ha scaricato sull’Europa le responsabilità dei ritardi sull’Accordo di programma chiesto da Arvedi per investire sugli acciai speciali di viale Brin. E mentre le agevolazioni restano in ogni caso al palo, si fa largo addirittura l’ipotesi che il gruppo Arvedi possa non rimanere troppo a lungo. Certo, dopo i trionfalismi delle istituzioni locali per l’acquisizione di Ast proprio da parte del cavaliere di Cremona, farebbe un certo effetto, ma del resto le garanzie che vicendevolmente si sono scambiate le parti mentre firmavano note congiunte, nessun altro le conosce e anzi il tentativo sindacale di avere un aggiornamento sull’iter dell’Accordo di programma si è tradotto in scadenze puntualmente disattese.

Tempi non rispettati Sarà forse anche per questo che, salvo qualche rara eccezione, l’attività dei rappresentanti dei lavoratori, almeno dall’esterno risulta ridotta rispetto al passato. Che le relazioni industriali non siano buone qualcuno lo ha sottolineato, ma oltre convocazioni a stretto giro e comunicazioni a singhiozzo, è proprio la visione sul futuro della fabbrica che sembra essere negata e non aiuta l’indisponibilità a discutere punto per punto le questioni irrisolte o migliorabili. L’assenza di una prospettiva ordini più ampia di 30 giorni, per esempio, impedisce di pensare positivo (e lo stop impianti per certi lavoratori dell’indotto si traduce in ferie forzate); questa, sommata alla mancata condivisione di una politica commerciale e, guardando avanti, al rischio di perdere un cliente storico come Marcegaglia (per gli investimenti che nel frattempo quel gruppo ha compiuto), la situazione tende a farsi grigia.

La politica industriale nazionale La speranza insomma, che sia con o senza Arvedi, è che il ministro Urso stia davvero mettendo mano al piano nazionale della siderurgia e che come dichiarava già un paio di anni fa dai banchi di Palazzo Madama, «con alcune operazioni aziendali ben definite per i siti di Taranto, Piombino e Terni» possa «ricomporsi una ‘squadra’ di fabbriche siderurgiche di primo piano e, accanto ad aziende con proprietà prevalentemente straniera (Jindal e Arcelor Mittal) affiancarsi vere e proprie eccellenze nazionali, caratterizzate dalla flessibilità basata sulla tecnologia del forno elettrico, che consente di adeguare la produzione alla domanda e all’aumentata qualità delle produzioni». Lo stesso Urso era già ministro quando lo scorso gennaio nelle linee guida del suo dicastero scriveva ‘si dovrà creare un piano siderurgico nazionale che consenta di preservare e rafforzare la produzione, favorendo al contempo l’innovazione tecnologica e la transizione green. Al contempo, occorre prevenire il rischio che la transizione tecnologica e quella ecologica dai combustibili fossili alle rinnovabili si traduca in una dipendenza dalle tecnologie di altri continenti’. Nel ‘pacchetto speranze’, in questo senso, non può escludersi il benestare dell’Europa che ha rappresentato in passato un freno per chi voleva acquisire Ast anni fa.

I piani per Ast Nell’attesa insomma che si concretizzi davvero qualcosa di positivo per le sorti dell’acciaieria ternana, i segnali interni non sono buoni e se il malcontento di certi lavoratori travalica il confine sindacale per raggiungere la stampa, gli ingranaggi di un sistema di relazioni che sembrava consolidato, stanno evidentemente a corto di lubrificante. È il caso di un paio di operai dell’Ilserv, la partecipata di Ast che in fabbrica svolge alcuni servizi tra i quali la movimentazione di coils. I due si sono rivolti a Umbria24 per denunciare un clima che definiscono ‘di terrore’: «L’ausilio di un operatore Terni servizi accanto al carropontista è a intermittenza, non c’è intercambiabilità di mansioni e le lavorazioni sono alienanti, l’assenza sovente di un secondo lavoratore che affianca il manovratore è sinonimo di scarsa sicurezza, prendere ferie è complicatissimo e scambiare il turno una missione impossibile. Gli scatti di livello sono da tempo una chimera e i riconoscimenti economici non contemplati. A questo – si sfogano – si aggiunge una massiccia tendenza a inviare lettere di richiamo e altri provvedimenti disciplinari adottati senza buonsenso e senza tener conto di necessità umane».

Malcontento in Ilserv L’azienda in questione, doverosamente contattata, si è limitata a sottolineare come ci siano gli strumenti per opporsi a sanzioni ritenute ingiustificate, nonché la presenza di delegati sindacali preposti. Secondo i due lavoratori però i sindacati non starebbero facendo abbastanza. In verità, proprio Fim, Fiom e Fismic che all’interno di Ilserv hanno eletto i propri rappresentanti, solo pochi mesi fa hanno sollevato polemiche e ottenuto un accordo su assunzioni e welfare; evidentemente non è stato risolutivo o ritenuto sufficiente, almeno da alcuni. La domanda che sorge spontanea, tenuto conto che il benessere di chi lavora dobvrebbe contribuire al buon andamento dell’impresa, è ‘a chi giova un clima tutta’altro che disteso?’ Il sospetto, rivelano i due lavoratori, è che la scadenza dell’appalto al 2025 pesi sui vertici Ilserv come un macigno e che quindi quella in atto sia una strategia tesa a sbarazzarsi del maggior numero possibile di dipendenti prima di quel termine. Nulla di nuovo sotto il sole: anche da questo punto di vista, i sindacati hanno più volte messo in guardia la politica e le locali associazioni di categoria su un sistema degli appalti che dall’avvento di Arvedi ha iniziato via via a sgretolarsi. Non si può certo non dire che tra la vecchia e la nuova proprietà c’è un ‘Gap’ di differenze.

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