Se è vero come è vero che Arvedi-Ast ha importato bramme dall’Indonesia anche nell’ultimo trimestre, nonostante i dazi, è altrettanto vero che l’azienda di viale Brin rifiuta questo modello di import dei semilavorati come soluzione strutturale per compensare costi energetici elevatissimi che già affronta da anni. Proprio questa la ragione per cui dai vertici dell’acciaieria ternana è stato diffuso un vero e proprio grido dall’allarme alle istituzioni perché intervengano a garanzia della sostenibilità produttiva e occupazionale e la competitività.
Il messaggio lanciato dall’amministratore delegato Dimitri Menecali ha scatenato la politica in un rimpallo di responsabilità che pare ben lontano dalla volontà di fornire un supporto concreto all’impresa e, in questo senso, l’assenza di una periodica verifica complessiva dell’Accordo di programma, così come richiesta dai sindacati otto mesi fa, di certo non aiuta.
Da Palazzo Donini intanto, l’assessore all’Ambiente Thomas De Luca si toglie qualche sassolino dalle scarpe e pungola l’esecutivo Meloni: «Il merito di aver concluso l’Accordo di programma sulle acciaierie di Terni è da attribuirsi alla Regione Umbria, esclusivamente grazie alla giunta Proietti. In Umbria funziona così: quando la giunta regionale fa delle scelte, le responsabilità politiche se le assume fino in fondo. Che a Roma funzioni diversamente ce ne siamo accorti da un pezzo, ma il gioco dello scaricabarile a cui stiamo assistendo in queste ore da parte del Governo e dei suoi rappresentanti umbri è del tutto inaccettabile. Il tentativo di buttare la palla in tribuna per svicolare dai problemi reali delle nostre imprese e dei lavoratori, anziché affrontarli con concretezza e senso di responsabilità, è avvilente. Preso atto che il Governo, in questa fase di crisi mondiale, non ha alcuna strategia per ridurre il costo dell’energia delle industrie energivore (hard to abate), è bene ricordare che l’articolo 6-bis era esclusivamente in capo all’esecutivo nazionale. Parliamo di 35 milioni di euro all’anno per ciascuna delle annualità dal 2026 al 2030, destinati alle aziende utilizzatrici di un quantitativo di rottame superiore al 90%: considerando che il 2026 è giunto quasi al termine, dove sono queste risorse?»
«Da parte sua – prosegue De Luca – la Regione Umbria ha dimostrato nei fatti e nei tempi il totale rispetto degli impegni assunti nell’Accordo di programma sotto il profilo energetico e ambientale: abbiamo preadottato la legge sull’idroelettrico per l’accesso delle aziende energivore e concluso le istruttorie sulle procedure autorizzative. Tuttavia, l’ostacolo principale per mettere a terra le agevolazioni previste dall’Accordo è di natura politica, tecnica e contrattuale: le concessioni per la gestione delle grandi derivazioni idroelettriche sono attualmente in capo ad Enel fino al 2029. Proprio per questo avanziamo una proposta concreta per rispondere all’urgenza del momento: visto che il principale azionista di Enel è il Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef), chiediamo che il tavolo dell’Accordo di programma venga aperto formalmente anche alla sua presenza. Il governo lavori affinché Enel anticipi gli impegni contenuti nell’articolo 7 dell’Accordo di Programma, sottoscritto a luglio 2025, cedendo l’energia prodotta dal polo idroelettrico – per il 30% della produzione totale – in favore delle aziende energivore del territorio umbro, compresa Arvedi Ast, al full cost di produzione maggiorato di una fee commerciale in linea con il mercato. La Regione Umbria è totalmente a disposizione e pronta fin da subito ad attuare questa parte strategica dell’accordo, nella ferma volontà di risolvere il nodo cruciale dei costi energetici e rilanciare le nostre imprese in un’ottica di competitività».
Il tema è caldo anche tra i banchi dell’assise cittadina. L’ex Bandecchiano Guido Verdecchia, oggi iscritto a Forza Italia, dichiara: «Assistiamo con preoccupazione a un dibattito acceso e poco produttivo tra i diversi livelli istituzionali, con rimpalli di responsabilità sull’attuazione dell’Accordo di Programma del 2025. In questo momento – sottolinea il consigliere comunale – la città di Terni non ha bisogno di cercare colpevoli,
ma di trovare soluzioni rapide ed efficaci per tutelare i 2.300 lavoratori diretti e il vitale indotto del nostro territorio. A Taranto vediamo i risultati tragici delle indecisioni prolungate; Terni non può permettersi un simile destino. Invito il Sindaco Bandecchi – prosegue Verdecchia – a farsi garante e capofila di un’azione istituzionale congiunta. Dobbiamo essere consapevoli che il fondamento su cui poggia l’intera stabilità economica di Terni è l’Ast. Non vi è opera pubblica che possa lenire la ferita di una
potenziale crisi siderurgica».
Verdecchia, che ha depositato anche un’interrogazione sul tema, ha chiesto all’amministrazione Bandecchi di promuovere un tavolo di lavoro coeso e super
partes, chiedendo l’immediata convocazione del Comitato esecutivo presso il Ministero: «Dobbiamo portare a Roma una voce unica – esorta – quella di una città che, al di là delle appartenenze partitiche, rivendica il diritto di veder applicato l’Accordo di Programma, di sbloccare il nodo del credito d’imposta per il rottame e, soprattutto, di poter contare sull’energia della Centrale di Galleto per salvaguardare il proprio tessuto produttivo. Solo uniti possiamo difendere l’acciaio ternano».
Dai banchi della maggioranza, a intervenire sul tema è il consigliere Claudio Batini: «All’azienda rischia di convenire l’importazione di bramme dall’Indonesia piuttosto che produrle a Terni. Uno scenario disastroso che metterebbe una pietra tombale sull’intera area a caldo dello stabilimento di viale Brin e sulla tenuta occupazionale dell’intera provincia. Siamo di fronte – accusa – a una gestione politica regionale e nazionale incosciente e irresponsabile, totalmente slegata dalla vita reale del distretto ternano. Chi governa la Regione deve smetterla con i trionfalismi di facciata e andare a pretendere dal Governo tariffe competitive immediate e strumenti reali per la tutela dell’area a caldo, prima che l’emorragia occupazionale diventi irreversibile».
