di Daniele Bovi
Più che una integrazione saltuaria del reddito, vere e proprie imprese che gestiscono più alloggi e che, protestano albergatori e altri gestori di strutture turistiche umbre, «fanno una concorrenza enormemente sleale» che la Regione deve contrastare. Del «sommerso turistico» che sta «trasformando la sharing economy in shadow economy», leggi tutte le possibilità offerte da piattaforme come Airbnb (leader del mercato) e affini, si è parlato venerdì a Perugia in una conferenza stampa indetta da Federalberghi per presentare lo studio, realizzato da Incipit Consulting, che fotografa il fenomeno con tutti i dati aggiornati al 31 ottobre scorso. Alla conferenza stampa hanno partecipato il presidente di Federalberghi Umbria Giorgio Mencaroni, il vice presidente di Federalberghi Perugia Andrea Barberi e Maria Stella Minuti di Incipit Consulting.
I numeri «In Umbria – ha detto Mencaroni – c’è un abuso smodato con una miriade di case affittate anche da gente che poi non paga le tasse in Italia. È concorrenza sleale e un danno per l’economia umbra». Secondo lo studio, che analizza per la prima volta in profondità il fenomeno in Umbria, nella regione al 31 ottobre su Airbnb c’erano a disposizione 4.190 alloggi. Stando ai numeri forniti da Airbnb Italia a Umbria24 e pubblicati dal nostro giornale nelle scorse ore invece, gli annunci sono seimila. «Noi – risponde sul punto Minuti – siamo sicuri dei dati fino al 31 ottobre, e non credo che in due mesi ci sia stata una crescita di 2 mila unità, dato che l’aumento medio mensile che abbiamo calcolato è di 125 alloggi». Che siano 4 mila, 5 mila o 6 mila, di sicuro il settore è in enorme espansione ed è lievitato nel corso degli anni: su Airbnb c’erano 384 annunci nel 2011, 852 nel 2012, 1.691 nel 2013 e 2.936 nel 2014.
L’INCHIESTA DI UMBRIA24: 6MILA ANNUNCI E VISITATORI RADDOPPIATI A PERUGIA
Oltre 20 mila posti letto Al momento l’offerta sul sito è di 20.500 posti letto (tra alberghi e altre strutture quelli ufficialmente censiti secondo l’Istat sono 88 mila), alcuni dei quali riguardano strutture magari già note, come gli agriturismi o i bed&breakfast. Per densità territoriale l’Umbria è nona in Italia: un alloggio ogni mezzo chilometro quadrato contro gli 1,4 del Lazio e gli 1,16 della Toscana, che guidano la classifica. Airbnb però non è l’unico portale: altri 3.500 annunci (ovviamente in molti casi la stessa casa o stanza può trovarsi su più siti differenti) sono su Homeaway e altrettanti su Homeholidays, 2.500 su Flipkey e oltre 700 su Wimdu. Tornando al leader del mercato, l’offerta media è di 4,9 posti letto ad annuncio e il 78 per cento dei «listing» riguarda intere proprietà (solo il 22 per cento sono stanze singole).
Vere imprese Nove strutture su dieci poi sono a disposizione per più di sei mesi all’anno e a dimostrazione che in molti casi si tratta di vere e proprie imprese o di qualcosa di molto simile, ci sono altri dati: in tutto gli host, cioè i gestori, sono 2.613 e solo il 42 per cento di loro gestisce una sola struttura. Il 40 per cento ne amministra da 2 a 4, nel 13 per cento dei casi da 5 a 10 e il 6 per cento oltre 10. Spesso i nomi sono di fantasia e non mancano casi limite, come quello di «Paola», che a Todi risulta gestire 20 strutture, «Norma» che ne amministra 16 a Spoleto, «Francesca» 10 a Perugia, «Filippo» 8 ad Assisi, «Giulio» 7 a Orvieto e così via. Poi ci sono i casi di agenzie o aziende, come Vacasol (38 alloggi amministrati), «Umbria» (26), «Luxury retreats» (20) e altre ancora. Le zone dove si concentrano più annunci sono il Perugino (752), l’Assisano (445) e il Trasimeno (557) che da sole valgono oltre il 40 per cento del totale. Poi seguono Spoleto e Todi mentre Eugubino, Alta Valle del Tevere e Valnerina hanno un numero di listing inferiore ad alberghi, agriturismi e altre strutture ricettive.
Nuove regole «Sono numeri – commenta Mencaroni – sui quali occorre fare una riflessione e sui quali bisogna porre l’attenzione. Dalla Regione – che sta valutando l’ipotesi di dare vita a nuove regole – ci arrivano segnali positivi sulla volontà di normare un fenomeno preoccupante. Sono loro che devono arginare illegalità e concorrenza sleale. Noi siamo per il libero mercato, ma tutti dobbiamo partire dalle identiche condizioni». I problemi che Federalberghi solleva e sono molti e non suonano nuovi a chi si è occupato del fenomeno: albergatori e altri gestori parlano della sicurezza sociale (non c’è obbligo di registrare gli ospiti), dell’evasione fiscale e contributiva (dal mancato pagamento della tassa di soggiorno al lavoro nero fino all’assenza di partita Iva), la mancata tutela dei consumatori e i controlli; «noi – dice infatti Mencaroni – siamo sottoposti a controlli sistematici e periodici. Occorre intervenire subito sul fronte di questi ultimi e su quello normativo».
Il decalogo Basandosi sul decalogo redatto dalla Confederazione europea degli imprenditori del settore alberghiero e della ristorazione (Hotrec), Federalberghi indica 10 possibili misure per rendere sostenibile la sharing economy: dal registro ufficiale alle autorizzazioni, dal rispetto della legislazione fiscale alla tutela dei diritti dei lavoratori, dalle sanzioni alla protezione della qualità della vita dei vicini di casa.
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