Nell’ultimo decennio le aziende agricole in Umbria sono calate del 32%
Nell’ultimo decennio le aziende agricole in Umbria sono calate del 32%

Dal 2000 al 2010 in Umbria un’azienda agricola su tre è sparita, mentre quelle rimaste hanno visto crescere la propria dimensione media. Aumenta anche la scolarizzazione e il numero di giovani e donne tra i conduttori delle aziende. L’altra faccia della medaglia è invece una diminuzione delle colture arboree specializzate (in particolare vite e olivo) e del numero di aziende e di capi allevati dalle realtà zootecniche. Sono questi alcuni dei risultati principali del sesto censimento generale dell’agricoltura avviato nel 2010 dall’Istat e i cui dati definitivi, per quanto riguarda l’Umbria, sono stati discussi lunedì mattina a Perugia nel corso del seminario sui mutamenti strutturali dell’agricoltura regionale che si è svolto nell’aula magna della facoltà di Agraria.

In dieci anni (l’ultimo censimento, il quinto, era stato fatto nel 2000), il numero di aziende agricole e zootecniche è sceso del 30% (contro una media italiana del 32%). Parallelamente è diminuita del 9,2% la superficie agricola utilizzata mentre quella media aziendale sale e ammonta a 9,2 ettari. Ad accusare il calo più consistente sono soprattutto le piccole e piccolissime realtà, il cui numero si è ridotto in modo notevole: una diminuzione che si fa sempre più contenuta mano a mano che si sale di classe di superficie.

Nella quasi totalità dei casi poi prevale la conduzione diretta del coltivatore (96%), con solo il 3% che ricorre a mano d’opera salariale. Le società individuali nel corso di questo decennio sono calate del 32% così come una flessione l’hanno accusata anche le cooperative. Il censimento dell’Istat getta luce anche sul profilo medio di chi è al vertice di un’azienda agricola in Umbria: nel 44% dei casi ha più di 65 anni, solo il 13% ne ha meno di 40. Per quanto riguarda il titolo di studio invece, oltre il 60% invece ha una licenza media inferiore anche se nel corso di questi ultimi dieci anni la quota di laureati tra i conduttori di azienda è salita fino al 10%.

Alle aziende più piccole rimane l’importantissimo ruolo di presidio diffuso sul territorio, necessario per arginare lo spopolamento delle zone montane e delle aree rurali più svantaggiate, per tutelare il paesaggio e frenare il dissesto idrogeologico. Alle aziende più grandi e strutturate va principalmente il ruolo di garantire l’approvvigionamento della catena alimentare per il fabbisogno dei consumi interni, per il prezioso export del made in Umbria, e non ultimo per l’impatto occupazionale che esse garantiscono. Le aziende agricole umbre sono inoltre caratterizzate da un quadro complesso di altre attività secondarie all’agricoltura: lavori conto terzi, agriturismo, lavorazione e trasformazione dei prodotti agricoli che in quest’ultimo censimento risultano presenti in maniera consistente. In tale ambito, l’Umbria si caratterizza per una buona presenza di imprese nel settore bio, l’unico in cui, anche in questo periodo di crisi, si sono registrate performance positive: la percentuale di superficie agricola biologica è pari al 9,5% della superficie agricola utilizzata, al nono posto in Italia, e le aziende zootecniche biologiche sono 170 ogni 100mila abitanti, il sesto valore tra le regioni italiane.

«L’agricoltura umbra – ha commentatato l’assessore regionale all’Agricoltura Fernanda Cecchini – è oggi più di ieri in grado di offrire opportunità concrete di impiego non solo per i giovani e le donne, ma anche per coloro che sono usciti dal mondo del lavoro a causa della crisi». «Nell’ultimo decennio – ha rilevato l’assessore – l’agricoltura dell’Umbria si è trasformata. Il settore mantiene una forte caratterizzazione, ma è tutt’altro che immutabile. Capace di forti spinte in avanti, soffre però per gli effetti della crisi economica e finanziaria e la volatilità dei prezzi delle materie prime agricole».

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