
di Daniele Bovi
Ogni secondo dalle sorgenti dell’Umbria escono 45 litri di acqua che finiscono dentro le bottiglie generando centinaia di milioni di euro di fatturato per le società, mentre alla collettività tornano indietro inquinamento, tonnellate di plastica da smaltire e appena un milione e mezzo di euro. I dati riferiti al 2009 ed elaborati dalla Regione nella sua relazione sull’attuazione della legge 22 del 2008, parlano di un settore che nonostante alcune realtà in forte sofferenza come San Faustino o San Gemini, è tutt’altro che in crisi. Anzi. Con un miliardo e 250 milioni di litri di acqua imbottigliata la produzione 2009 ha fatto segnare un +2% rispetto al 2008, in netta controtendenza col mercato nazionale (-1%). Un dato positivo comune agli anni passati. Nel 2007 si era registrato un +2%, mentre nel 2006 l’aumento era stato del 7%. Il dato italiano, tanto per dare l’idea dell’importanza che il settore riveste in Umbria, parla di 12 miliardi di litri imbottigliati: oltre un dodicesimo quindi, solo nella nostra regione. Il giro di affari fatto registrare in Italia, nel 2008, era pari a 2,3 miliardi di euro.
Quanto pagano le aziende A fronte di queste centinaia di milioni di fatturato, quanto pagano le aziende alla Regione per avere in concessione il bene comune per eccellenza, l’acqua? In totale appena 1,5 milioni di euro, poco più di un obolo simbolico. Una cifra che stride fortemente con il clima di razionalizzazione e di caccia alle risorse imposto agli enti locali: a fronte di finanziarie lacrime e sangue, gli enti locali, in questo caso la Regione, rinunciano a qualche milione di euro da reinvestire a favore della collettività. Il sistema, che in Italia varia da Regione a Regione, in Umbria è regolato dalla legge numero 22 approvata il 22 dicembre 2008 dopo un fiume di polemiche. Un sistema che si adegua alle certo non stratosferiche cifre del Documento di indirizzo della Conferenza delle Regioni del 2006.
Il doppio canone La normativa umbra infatti prevede il doppio canone, uno relativo ai diritti di superficie, l’altro al costo dell’acqua per metro cubo. Un ettaro dato in concessione dalla Regione costa 50 euro all’anno (30 euro era il minimo fissato dalla Conferenza), mentre mille litri d’acqua costano un euro (il minimo previsto): dato che gli ettari dati in concessione sono 2.413 (oltre mille in mano alla Sangemini) e i metri cubi utilizzati 1,4 milioni, il conto è presto fatto. Alla Regione viene pagata una bolletta da 1,518 milioni di euro, di cui oltre 800mila sono versati dalle due aziende che imbottigliano più acqua, ossia Rocchetta e Siami. Il confronto con il canone versati negli anni passati è impietoso: nel 2001 era pari a 190mila euro, tra il 2002 e il 2006 tra i 600mila e i 780mila euro mentre tra il 2007 e il 2009 tra 1,4 e 1,5 milioni.
Il documento del 2006 Il documento delle Regioni del 2006 prevedeva tre tipologie di canone: da 1 a 2,5 euro per ogni metro cubo di acqua imbottigliata, almeno 30 euro per ettaro di superficie concessa e da 0,5 a 2 euro per ogni metro cubo di acqua utilizzata, ossia quell’acqua che viene «sprecata» e non imbottigliata a causa dei processi di confezionamento. Nel 2009, in Umbria, i litri d’acqua utilizzati per il processo di produzione sono stati oltre 160 milioni, l’11,4% del totale utilizzato.
CHI SONO LE AZIENDE CHE OPERANO IN UMBRIA E QUANTO IMBOTTIGLIANO
Le aziende che operano in Umbria Nel complesso le aziende che operano sul terreno umbro e titolari delle 18 concessioni rilasciate dalla Regione sono dieci: Rocchetta, San Gemini, Tione, Nocera Umbra, Spa delle Acque di San Francesco (Amerino), Siami (Misia, Viva, Rugiada, Sorgente Umbra Celeste), Ditta Massenzi Evelino (Sassovivo), Tullia, Idrologica Umbra (San Faustino) e Motette, per un totale di 17 acque sugli scaffali dei supermercati. Quattordici invece i Comuni interessati dalle concessioni (Gualdo Tadino, Acquasparta, Montecastrilli, San Gemini, Terni, Orvieto, Nocera Umbra, Cerreto di Spoleto, Gubbio, Foligno, Sellano, Massa Martana, Scheggia e Pascelupo) per 2.413 ettari rilasciati in concessione.
I riflessi occupazionali E se vicino alla voce «produzione» c’è il segno più, vicino a quella «occupazione» c’è quello meno. Negli stabilimenti umbri nel 2009 lavoravano 384 persone, diciotto in meno rispetto al 2008. Undici di questi però, ossia i lavoratori della struttura alberghiera appartenente alla San Faustino, sono passati alla nuova struttura esterna che gestisce l’albergo. Il settore acqua è una voce che sul pil umbro pesa anche per quanto riguarda l’indotto: tra distribuzione, trasporto, commercializzazione, e lavoratori stagionali assunti nei periodi di maggiore produzione gli occupati sono pari a quelli assunti direttamente dalle aziende di imbottigliamento.
Le altre normative In Italia ci sono legislazioni in materia peggiori di quelle dell’Umbria, ma ce ne sono anche di migliori. E’ il caso del Lazio ad esempio, altra regione, come l’Umbria, ricca di preziosi giacimenti di «oro blu» con le sue 32 concessioni attive e le altre 90 potenzialmente utilizzabili. Nel 2002 la giunta Storace aveva dimezzato i già esigui canoni, portandoli da 124 a 62 euro per ettaro concesso, e senza prevedere nessun legame con i litri d’acqua imbottigliati. Nel 2007 così la giunta opera una drastica revisione della normativa che tiene conto degli ettari occupati e della quantità di acqua usata, prevedendo poi incentivi che favoriscano l’uso di vetro e di vuoti a rendere.
L’esempio del Lazio In particolare i canoni sono di 60 euro per ettaro all’anno fino ad un massimo di 25 milioni di litri di acqua prelevata (120 euro se si supera tale quantità), e 5mila euro di canone annuo minimo. In aggiunta, 2 euro per ogni metro cubo d’acqua imbottigliata, oltre a un euro al metro cubo per i litri non imbottigliati. In più sono previste riduzioni del 50% (così come in Umbria) per l’acqua commercializzata in vetro e del 70% se il vuoto è a rendere. Una serie di misure che fanno della legislazione laziale una delle più eque in Italia. Ancora più dura la normativa vigente in Veneto, che prevede fino a 580 euro di canone per ettaro e 3 euro per ogni metro cubo imbottigliato. Insomma, in tempi di crisi la Regione non avrebbe che da guadagnarci adeguando le sue norme a quelle più avanzate prodotte dalle altre Regioni.
I costi a carico della collettività Anche perché poi, a fronte di ricavi davvero simbolici, i costi per la collettività sono ben più alti, a partire da quelli derivanti dall’inquinamento per il trasporto delle merci fino a quelli per lo smaltimento della plastica. Rincitrulliti da una pubblicità a tratti demenziale («l’acqua che depura», «l’acqua per fare tanta plin-plin», «l’acqua che elimina l’acqua», «l’acqua che ringiovanisce» e via così), gli italiani ingollano ogni anno 192 litri di acqua a testa (la media europea e americana si attesta sugli 80, davanti a noi solo Messico e Emirati Arabi), pagandola molte centinaia di volte in più al litro rispetto a quella supercontrollata dei rubinetti e pagando ancora per smaltire quella plastica con cui si autosommergono. Fare qualche conto della serva è abbastanza semplice, basta avere una piccola bilancia elettronica in cucina. Se tutti i 900mila umbri, rispettando i consigli più o meno interessati, si bevessero una bottiglia da due litri a testa, genererebbero ogni giorno, dato che ogni bottiglia pesa 30 grammi, qualcosa come 27 tonnellate di plastica da smaltire. Finendo così non depurati, non ringiovaniti e sommersi dalla plastica.

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