©Fabrizio Troccoli

di Maurizio Troccoli

Nella classifica ‘Qs 2023’ Perugia è al 31esimo posto delle università italiane, tra le 41. Primeggiano il Politecnico di Milano seguito da Alma Mater Studiorum di Bologna e, al terzo posto, La Sapienza di Roma. Siena, ad esempio, è al 21esimo posto, Trento al decimo, la Politecnica delle Marche al 24esimo. Ma numeri a parte, in questa occasione, la riflessione è orientata alle modalità con cui vengono realizzate le classifiche e soprattutto, su quanto incidono nel cambiamento dell’identità delle università, se non nella sua missione.

La critica Lo spunto nasce da un articolo pubblicato su ‘Sette Corriere della Sera‘, a firma di Nuccio Ordine, dal titolo emblematico ‘Perché le classifiche stanno distruggendo le nostre università’. C’è una critica di fondo che vuole le classifiche appunto, calibrate sull’università ‘business’ del modello anglosassone, di contro all’università pubblica del modello europeo. La rima orientata a una selezionata e ridotta élite di studenti, magari facoltosi, che non disdegna l’università privata, con grandi capacità di investimento, pochi studenti e crescente appeal, che significa anche aumento progressivo delle tariffe. La seconda orientata alla ‘qualificazione’ di massa, che offre possibilità ampie anche a chi non ha capacità economiche, orientata alla formazione di una comunità scientifica e una coscienza critica che metta anche in discussione modelli di società mercato dominanti. Che quindi non disdegna gli studi classici e materie meno spendibili sul mercato del lavoro. Secondo l’autore, le classifiche tendono a considerare premianti criteri che le università statali coltivano in maniera ridotta rispetto a quelle del modello anglosassone, finendo per fare assomigliare queste a quelle americane, snaturandole nella loro più antica e nobile missione.

Perchè Offre diversi esempi che fra poco vedremo. Ma anche una proposta. Cioè una classifica condivisa dalle università dei principali paesi europei, che tenga conto di criteri differenti da quelli che premiano una università tutta orientata alla società economica globale. La critica viene mossa anche su criteri che ad avviso di molti, non hanno invidiabili basi scientifiche. Tra gli esempi che vengono indicati c’è quello della premialità delle pubblicazioni scientifiche. Il New York Times del 14.11.2010 pubblicò un articolo sul caso dell’università di Alessandria d’Egitto: si posizionò al 147esimo posto nella classifica THE 2012, grazie al lavoro di un unico autore Mohamed el Naschie, che aveva pubblicato ben 400 articoli, dal contenuto quanto meno dubbio, su una rivista che egli stesso curava. Altri esempi: la New York University ha sollevato dall’incarico un prof di chimica organica per i suoi esami troppo selettivi. Sempre sulle pubblicazioni scientifiche la tendenza sarebbe quella di scegliere quelle più in voga o alla moda o di attualità, perché hanno una più alta probabilità di ricevere citazioni che, a loro volta fanno aumentare il ranking. Dedicarsi a progetti di ricerca poco conosciuti è a rischio indifferenza da parte della comunità scientifica.

La classifica Qs pubblicata sul periodico Sette Corriere della Sera

Criteri Logica discutibile anche sul rapporto docenti studenti. E’ lapalissiano che le università private abbiano un rapporto migliore: tasse più alte, stipendi e personale maggiore: meno studenti e facoltosi. Di questi aspetti si è interessato anche Le Monde che ha evidenziato come alcune riviste nascano col preciso scopo di gonfiare curricula. Si pensi ai seguenti numeri: nel 2004 gli articoli dubbi su riviste scientifiche accreditate erano 1894, 11 anni dopo, nel 2015 ne sono stati registrati 59.433. E si guardi ora a questi altri di numeri: Harvard la celebre università americana, sempre in testa a tutte le classifiche, ha un budget che equivale alla metà di tutte le università italiane messe insieme. Con l’ulteriore non trascurabile dettaglio che Harvard conta 20 mila studenti, la metà delle università italiane un milione. Ora si tenga conto che molte delle eccellenze di docenti e scienziati italiani, vanno ad arricchire le università americane e inglesi. Provare a scalare quelle classifiche espone al rischio di snaturare una tradizione europea che ha favorito l’alta specializzazione non soltanto a studenti di famiglie povere, ma anche in aree geografiche in cui non sarebbero mai nate secondo una logica di mercato. Molti studi sull’antichità, ad esempio, come altri su materie umanistiche: paleografia, filologia, lingue antiche, oggi rischierebbero l’estinzione, mentre la nostra cultura, come i nostri musei, gli archivi, cattedrali della conoscenza, elementi di attrazione anche per curiosi da tutto il mondo, sarebbe considerata non favorevole alla rincorsa in classifica. Che poi si traduce in finanziamenti e sopravvivenza degli atenei. Con il conseguente rischio di avere sempre meno specialisti a prendersene cura. Le tre domande che pone l’autore dell’articolo restituiscono il senso di quanto affermato: perché internazionalizzazione si misura solo sui corsi in lingua inglese attivati? Perché tra i criteri figurano gli stipendi che gli studenti guadagneranno dopo la laurea? Perché la quantità dei laureati è più importante della qualità? L’idea è dunque quella di un sistema di valutazione qualitativo consono alla grande tradizione europea e mediterranea, capace cioè di fare da contrappeso a un modello distante e differente, a garanzia di una profonda, solida e storica tradizione culturale distintiva.

Questo contenuto è libero e gratuito per tutti ma è stato realizzato anche grazie al contributo di chi ci ha sostenuti perché crede in una informazione accurata al servizio della nostra comunità. Se puoi fai la tua parte. Sostienici

Accettiamo pagamenti tramite carta di credito o Bonifico SEPA. Per donare inserisci l’importo, clicca il bottone Dona, scegli una modalità di pagamento e completa la procedura fornendo i dati richiesti.